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Ma Ulisse era Ulisse, e io non sono Nessuno.

mercoledì 16 aprile 2014

in pasto

Non avevo idea di quanto tempo avessi passato steso a leggere in tarda mattinata, convinto che avrei saltato il pranzo dopo la colazione fuori. E invece mi sono ritrovato in cucina senza rendermene conto, e le lancette hanno tentato di convincermi che sia stata una questione di un paio d'ore appena.

I miei occhi cercano subito il cestino sulla sinistra, dove teniamo il pane e la frutta. Comincio a pregustarlo dal momento in cui la pagnotta sfrega sull'interno della busta di carta bruna, producendo il più domestico dei suoni. È un pane salato e croccante di semola di grano duro, dalla mollica compatta. Lo amo. Ne ricavo due fette spesse che lascio sul tagliere, ed una più sottile che mangio subito, per impazienza. Le impolvero di pepe nero e le impregno d'olio, dopodiché le porto a tavola.

Mi siedo, e nei pochi istanti prima di cominciare a mangiarle alcune sensazioni mi attraversano: il desiderio di accompagnarle con carote (crude e intere) e finocchio (tagliato a pezzi come in insalata), l'incredulità nei confronti di quel libro che fino a pochi minuti prima mi stava sezionando. 

Ogni pagina è un campionario di coincidenze, ogni coincidenza uno strumento chirurgico. Mi chiedo se non sia io a forzare questa sensazione; ma per quanto possa cercare di pensarlo, non posso fare a meno di ricordare come mi sia finito per le mani, la sensazione di paura e eccitazione che mi ha trasmesso quando l'ho visto, senza aver mai sentito nominare prima né il titolo né l'autore.
Dopo averlo iniziato, mi ci è voluto qualche giorno e un po' d'aiuto,  per avere il coraggio di riprenderlo.

Dopodiché mordo il pane, e ne provo un piacere sorprendentemente più grande di quanto potessi aspettarmi. Ne faccio piccoli bocconi, lo mastico a lungo, lo faccio durare. Non penso più a niente, mi abbandono alla percezione del sapore e della consistenza, del masticare ed ingoiare, della soddisfazione che arriva fino allo stomaco che attende.

È quasi un segreto. Non è un buon argomento di conversazione. Quasi ogni interlocutore si mostrerebbe imbarazzato e pentito di avermi chiesto cos'hai mangiato di buono a pranzo? Sarebbe portato a pensare che non mi piaccia mangiare, o non mi prenda cura di me, o che non possa permettermi di meglio, o che la solitudine sia una brutta bestia. Ma non è così. Non è così. Mi torna in mente il banchetto di molto, molto tempo fa, durante un lavoro dei primi giorni di Aprile. Antipasti di salumi pregiati dai nomi più vari, risotti agli ortaggi francesi, polpo, salmone, gamberi: niente reggeva il confronto con quei tre grissini corti al sesamo disposti per ogni coperto. Che scena assurda era vederli trascurare in favore di quell'orgia di sensi senza senso.

L'una meno cinque: il mio coinquilino tornerà a breve per la sua pausa pranzo. Riempio d'acqua la pentola che usa sempre per cuocere la sua pasta e la metto sul fuoco. Nel cestino cerco un kiwi che non sia ancora del tutto dolce, lo pelo e lo taglio a fette. 

Vado a scrivere qualcosa e poi metto su il caffè.





Il vuoto vuole 
stupore.