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amiamoci e patiamo.

sabato 20 dicembre 2014

ramificazioni


È stato uno dei miei pochi giorni liberi di questo mese, e l'ho impiegato per dedicarmi a cose che mi fanno stare bene, perlomeno quelle che posso procurarmi autonomamente: dormire, camminare, bere vino rosso.

A quanto pare sembra che io stia smettendo di ribellarmi e lottare contro l'idea di lasciar fare al tempo il suo lavoro, e coi suoi mezzi minuti di raccoglimento riduca in sabbia quell'impietoso massiccio di basanite. E la consegni al vento e non al sogno.

Mentre camminavo, passando sotto gli alberi spogli e a ridosso di una strana radura urbana, mi è venuta in mente la storia di un ramo secco. Tutta la bellezza della sua capacità di restare saldo al fusto o distaccarsene, e dei lunghi viaggi che avrebbe fatto restando a galla, se avesse avuto la fortuna di crescere vicino al mare, fintanto che le onde - come sempre accade - non l'avessero restituito alla terra. Non potendo più giocare si sarebbe contentato di giovare alla vita, essere raccolto da mani sapienti nell'uso delle lame e da esse intagliato, o trasformato in luce e calore, cenere e carbone.
Ma quando ho provato a formularle mi sono reso conto che le parole non sono rami secchi, sulla strada del ritorno si erano tutte ingarbugliate in apparente disordine. È che non sono per nulla preparato sulla ramificazione.

Ho studiato. Le mie parole ramificano per cima simpodiale scorpioide arrotolata a pastorale e portante i fiori sul lato dorsale.

Mi sono chiesto anche se un ramo secco possa fornire una buona struttura per la costruzione di un nido, senza però venirne a capo.

Fatto sta che un nido ce l'ho. Più d'uno.
Le conservo, le mie ali, e le curo. Sono scure, folte di piume e forti di ossa cave e muscoli dorsali. Ampie e adatte a lunghe traversate, mi rendono impacciato quando cammino tra chi sa stare con i piedi per terra. Ripiegate come sono, però, forniscono una buona protezione dal freddo e uno schermo dal giudizio di occhi che mi vedono senza sapermi. Ci si sente al sicuro, lì dentro.

Dirigendomi verso casa, comincio a indovinare le strade senza guardarle, camminando col naso all'insù. Riconosco il vicoletto giusto se, girando a sinistra, mi appare di fronte all'improvviso il piccolo carro. A quel punto, io lo so, ci sono quasi.

Del paragon la pietra / a tempo usar conviene:
chi prova e non risolve / un seccator diviene;
si rende altrui ridicolo / per farsi singolar. 



giovedì 27 novembre 2014

days of the weak


Domenica è stanco.
Lunedì ci gira intorno.
Martedì è annebbiato e combattuto.
Mercoledì recapita messaggi.
Giovedì è ingombrante.
Venerdì è innamorato.
Sabato è scontato.

It's all the streets you've crossed
Not so long ago


martedì 4 novembre 2014

correo


Sarà che non mi capisco mai troppo bene. Una cosa è certa: quello che non ho è la visione d'insieme.

Ci ho messo sei ore prima di rendermi conto di non aver neanche guardato l'altro lato della cartolina, quello che di solito s'intende come principale, la foto. Questione di un istante: paesaggio urbano, didascalia, cartolina voltata. Seguono minuti dedicati alla minuziosa e involontaria analisi di scelte e composizioni sintattiche, morfologiche, sonore e geometriche delle parole, per poi ingigantire col tocco dei polpastrelli oculari i particolari del francobollo, prender nota di tutte le date, divertirmi con i giochi di parole che offre il timbro, seguire tracce di pennellate che lascia il pennarello sul cartoncino nonostante la punta fine.

Forse è una caratteristica molto bambina, questa manìa per i particolari. Sono un maniaco del dettaglio? Non è colpa mia se certe persone sono soprattutto i loro polsi, l'intonazione della voce mentre parlano spontaneamente. Immagino che la parte adulta dovrebbe spingermi a una maggiore attenzione per l'aspetto generale, complessivo delle cose. Un quadro ottenuto attraverso le valutazioni costi/benefici, tempo/resa e altre incombenze dell'età dei bilanci e del diciamoci le cose come stanno (le cose stanno come ce le diciamo).

È rasserenante pensare che non sia davvero colpa mia.


Con questo non intendo dire che non mi piaccia guardare i paesaggi. Il problema è che la prima cosa che riesco a notarne sia la distanza. Visti dal vivo o mediati dal ricordo di un luogo che ho vissuto danno tutto un altro effetto, rendono possibili le immersioni come un cielo stellato in un luogo alto e buio in una notte tersa di marzo o d'agosto. Ma in foto sono faticosi. Così statici da avere tutto il tempo per indagare sulla nuvola che avvolge il faro come un abbraccio, sulla ELLE nel cielo e sui tetti rossi irrimediabilmente remoti.

E allora accetto la legge del più forte delle parti adulte altrui. Continuino pure a divertirsi delle mie espressioni meravigliate per il modo in cui vanno le cose, per le scommesse incoscienti e i rischi. La mia parte intatta ne viene smussata di volta in volta, ma è ancora lei che comanda; non l'involucro che cambia forma ogni volta che incollo di nuovo i frammenti. Lo scrive così sfacciatamente, la vanitosa, se la ride e puntualmente si vergogna di essersi mostrata a chi vuole vederla perché è bizzarra, I think you're freaky and i like you a lot.

In fondo a lei piace restare nascosta a patto che il gioco consista nel farsi cercare.


Quello che non ho sono le mani in pasta
quello che non ho è un indirizzo in tasca
quello che non ho sei tu dalla mia parte
quello che non ho è di fregarti a carte.

Quello che non ho è una camicia bianca
quello che non ho è di farla franca


 stesso fondale, sotto luci diverse

domenica 26 ottobre 2014

Oliver


Oliver mi ha detto che è molto importante saperci fare con la Domenica. Che è il giorno delle partite impegnative e bisogna giocarsela bene. Così oggi sono andato a seguire un incontro di rugby, a fare il tifo per un amico. Mi sono divertito anche se ho perso il conto dei punti e non ho capito le regole; il gioco rimane senz'altro uno dei due buoni motivi per faticare e farsi male. Ho scambiato una sola monetina per un sacchetto di carta colmo di caldarroste; un vero sollievo per le mani.

Stavo lì a occuparmi della polpa attirando le attenzioni di una cagnolina di due mesi e mezzo, mentre mi investivano le parole delle donne attorno: esatte, attente, appassionate.

- Guarda quanti ormoni in campo!
- Prendi terreno! Prendi terreno!
- Stefano sta zoppicando.
- L'importante è che si divertano.
- Fa più male guardarli che essere con loro in campo
- Sta zoppicando, l'ho visto che sta zoppicando.
- Stanno giocando bene! È per questo che mi arrabbio
- Io l'ho visto. Sta zoppicando.
- Quanti mesi ha? Che bel musetto! 
- Lo vedi, che sta zoppicando?
- L'hai trovata o l'hai comperata?
- Fa molto più male guardarli.
- Quanto manca alla fine? Io sto soffrendo
- Me l'hanno regalata. Perché è un meticcio.
- Sta zoppicando! Ma come fa a giocare così?

Oliver non ha simpatia per i cani, ma neanche li teme. Per loro prova tenerezza e ne fa volentieri destinatari del suo esuberante affetto da gatto rosso.

Io l'ho conosciuto un mese fa, poco prima di quest'Ottobre infinitamente lungo e già alla fine, mentre litigavo con la notte. È elegante, ingombrante, silenzioso, con la testa tonda, e molto bello. Non corre mai, ma cammina svelto. La sua ospite mi aveva avvisato: non impressionarti, i suoi modi non sono sempre felini. È un gatto da riporto!  Non è stato motivo di stupore per me. Il nome l'ho appreso solo un paio di giorni fa dall'altro uomo con cui abita, davanti al cancello di casa. Oliver! Non allontanarti! - Torna, torna. l'ho rassicurato. - Sì, ma sai, non s'è ancora abituato alla nuova casa, così quando va in giro, poi spesso finisce per tornare dove stavamo prima e ci tocca andarlo a prendere lì.

L'ho incontrato anche in un'altra occasione. C'era il sole, stendevo il bucato. Lui s'è avvicinato, mentre una gattina grigia ci guardava gelosa, seminascosta dietro l'angolo. Abbiamo parlato delle abitudini in comune, e ci siamo trovati sulla notte: entrambi la preferiamo perché bisogna conquistarsela, corteggiarla, a volte tollerarla ed altre maledirla, ascoltarla sempre. La notte è una presenza, sa starti vicina e entrarti dentro, o avvolgerti. Anche il sole non è male ha poi miagolato, ma è come i cani. Quando c'è, è normale che ti faccia stare bene. Bravo, fagli asciugare i tuoi calzini: bisogna approfittarne finché c'è. A quel punto mi sono intenerito e l'ho accarezzato, e la grigina non è più riuscita a far finta di niente: restando a debita distanza, ha cominciato a soffiare rabbiosamente contro di lui. Oliver mi ha sussurrato non farci caso, è st'Estate di San Martino. Vedrai che l'Inverno non tarderà e dormiremo un po' di più tutti, per poi tentare di avvicinarsi a lei. Ha rimediato un miagolio stizzito e una zampata schivata grazie ai suoi buoni riflessi, dopodiché è scappata via, e lui ha affrettato il passo per seguirla, per quanto gli fosse possibile senza correre.


we could slip away
wouldn't that be better?
me with nothing to say
and you in your autumn sweater




martedì 21 ottobre 2014

we weren't wolves


Ho incontrato un lupo.

Su di esso è già stato detto tutto; però a star soli ci si affeziona al suono della propria voce, e stasera ho voglia di parlare. Credo che le voci della folla abbiano confuso un po' l'immaginario che lo riguarda. È comprensibile, perché ne siamo innamorati: non a caso adesso rischia l'estinzione.

Mia nonna mi raccontava spesso la storia di quell'uomo che ne adottò un cucciolo la cui madre era stata abbattuta, è una storia che mi porto dietro da molto tempo prima di trovare quel libro magico che riesco a leggere solo quando la paura è troppa per affrontarla senza espedienti (sono arrivato al secondo capitolo).  Il racconto dell'ottimo rapporto tra i due si concludeva sempre con l'uomo divorato dal lupo nel momento dell'imprevedibile risveglio dell'istinto ferino.

Quel racconto non mi convinceva neanche da bambino. Non esiste il lupo cattivo, è sempre stata un'ingiusta metafora per parlare di noi stessi. Esiste il lupo affamato, la fame da lupi. Probabilmente quell'uomo, dopo tanti anni, non sarà stato più in grado di prendersi cura del lupo, procurare per lui tutto il cibo di cui aveva bisogno, e il lupo non sarà stato per niente contento di nutrirsi di lui e perdere un amico. Sì, avrebbe potuto accontentarsi e aspettare tempi migliori; ma il lupo non è intelligente, e questo è il motivo di invidia che l'ha reso insopportabile all'uomo. Della sopravvivenza non si cura, quello è lavoro dell'istinto. Non vuol vivere tollerando  i morsi dello stomaco.

Tutto deve essersi fatto più confuso dal momento in cui, in pieno delirio passionale, abbiamo deciso di chiamare il lupo uomo (come nel libro) e l'uomo lupo; e di inventarci il cane, surrogato d'amore incondizionato al nostro servizio. Forse per l'ingordigia di tenere tutti per noi i privilegi delle meccaniche da branco, l'emarginazione del debole e dell'anziano, la sottomissione alla leadership.

Tutti incontriamo almeno un lupo, nel corso dell'esistenza. Un cucciolo abbandonato, o un adulto che ha già divorato il suo ospite precedente. È utile sapere come comportarsi in questi casi. Fossimo veramente lupi, sarebbe facile: il cucciolo abbandonato non è un problema mio, con quello adulto ci si scontrerebbe per risolvere il problema con la sua o la mia morte. E invece l'umanità è sensibile agli occhi grandi e alla pelliccia morbida del cucciolo, e ai denti e all'autorevolezza dell'adulto. Preso atto di questo limite, si impone la decisione.

Se è un cucciolo, su un piatto della bilancia metti le urla del rimorso che dovresti sentire per il resto della vita per non averlo salvato, sull'altro le tue possibilità di prenderti cura di lui al rapido crescere delle sue esigenze. Non pensarci troppo, siamo umani: entrambe le scelte sono sbagliate. Se dovessi decidere di adottarlo, ricordati di prenderti cura di lui e nutrirlo ogni giorno, ogni santo giorno, anche ogni maledetta domenica. Lui ti impedirà di sentire la solitudine e ti proteggerà. Se ti stanchi o ti dimentichi o non sei in grado di sfamarlo, la storia della nonna te l'ho già raccontata.

Se è un adulto, mantieni la calma. Non scappare, è più veloce di te. Resta immobile, cerca di capire se gli interessi o se è già sazio. La parte più difficile è ingannare il suo fiuto per la paura, per non fargli capire chi comanda. Non è un discorso metafisico, il nostro corpo si mette in allarme e le secrezioni assumono un odore diverso. Ti sarà capitato di assaporarlo, perché in certi frangenti è intenso. Perché lo avverta il lupo ne basta un infinitesimo. Esiste una condizione rarissima e fortunata: il lupo potrebbe essere sazio e di buon umore, e tu potresti avere una mano in tasca, quella dove nascondi un coltello. In quel caso sareste più o meno ad armi pari, e lui lo percepirebbe. Se non fai sciocchezze lui potrebbe perfino avvicinarti e annusarti e esibirti il fianco, e tu potresti lisciare - con la mano libera - il suo manto. Potreste salutarvi da amici. Le vostre strade poi si separerebbero, e vivreste la vostra vita.


Well I've done some truly awful things
And you must be very terrified
Well you have every reason to be frightened
Since you been reading my mind



lunedì 20 ottobre 2014

Yosemite


Ho avuto molto da fare, così l'aggiornamento è stato più lungo e laborioso di quanto non avessi immaginato. Alle note di rilascio non ho dato che una lettura rapida, per cliccare su Aggiorna mi sono fidato soprattutto dei commenti degli sconosciuti.

È un po' più brutto da guardare. I caratteri sono meno curati, i colori più acidi, e l'icona rosa per iTunes è davvero inguardabile. Nato con la testa nelle cloud, questo aggiornamento cerca in tutti i modi di farmi sentire la mancanza di iPhone, iPad e altre cose di cui non ho mai avuto bisogno.

Più che altro mi solletica la voglia di aver nostalgia di Jobs.

Ma la verità è che sembra funzionare bene. Stabile come il Mountain Lion ma più veloce, più leggero. Un buon lavoro. Non è il caso di buggarsi prima che piova.


(instrumental)
 



mercoledì 15 ottobre 2014

venirne a capo


Mi chiedi cosa faccia ogni notte sveglio. Non ci sono rituali, ognuna ha la sua storia.

Devo imparare a sentirmi a casa qui, te l'ho detto. Di notte ne sento la voce. Abituandomi al ronfare del frigorifero semivuoto - un vocino da donna anziana dal respiro affannoso - sento emergere il woooosh di qualcosa che scorre senza mai smettere. Piccoli rumori di qualcosa che si sposta all'interno di una dispensa mi regalano istanti di vero allarme.

Gli insetti - minuti invasori - escono allo scoperto, e do loro la caccia. Ho avuto un ospite, qualche settimana fa: un grosso gatto rosso bene educato, che non ha miagolato neanche un commento sul disordine. Convenevoli silenziosi, un aristocratico contegno ha limitato la sua indole evidentemente affettuosa, consentendogli di mantenere le giuste distanze ed evitare strusciamenti.
Mi piacerebbe ricevere di nuovo la sua visita, credo che lo divertirebbe unirsi a me nella caccia; ma non è più passato a trovarmi.

Per il resto non leggo libri, fumo sigarette, gusto il sapore diverso che hanno le mele, il cioccolato, lo yogurt bianco, il pane e le solite cose che mangio anche di giorno, di notte. Passo troppo tempo su internet a giocare, ripromettermi di iniziare un film (a volte provo, ma mi arrendo dopo pochi minuti), a dialogare con persone lontane, chiedere loro stai bene? e mentire a loro e a me stesso dicendo che sto per mettermi a letto.

Indago sul mio corpo, mi chiedo se funzioni. Funzionicchia, come la Cinquecento: qualche aritmia nella camera di scoppio, qualche noia a giunti e trasmissione, rumori strani, ammaccature e ruggini, e intanto tira avanti. Mi faccio diagnosticare una serie di malattie da Google, in seguito ad una rapida autoanamnesi; sto abbastanza bene, però mi dico per poi rendermi conto che per avere un confronto su altri stati di salute non drogati da sostanze e circostanze dovrei tornare indietro fin dove la memoria non può più accompagnarmi. Figuriamoci la Cinquecento.
A quel punto decido che per sentirmi a casa qui dovrei avere un medico curante. Non ne ho mai avuto uno, perché ad Acireale il mio medico di famiglia è papà. Tutto bene, finché sono stato piccolo abbastanza da parlargli. Non ho idea di come si faccia a diventare assistiti, ma sono paziente. Anche stavolta chiederò ai miei amici, che pur non conoscendomi bene hanno già smesso da tempo di essere sorpresi o spaventati dalle mie stravaganze.

Aleggio su vite altrui annunciato da un pallino verde, come se avessi lasciato una delle mie iridi a sigillo del nome che sono. Commento senza posa, pizzicando di volta in volta una delle mie tre corde: la seria, la civile o la pazza. Taglio fili, è uno dei miei nuovi passatempi preferiti. Più di duemila nelle ultime settimane. Ho iniziato con i pubblicitari, continuato con i nomi che non mi dicevano niente, proseguito con molte donne che avevo coinvolto perché mi erano piaciute e molte altre che mi volevano comprare. Dopo una prima sgrossatura la ricerca è diventata laboriosa, così ho cambiato metodo. Ogni notte controllo la lista dei compleanni e, una ad una, ficco il naso in quelle vite. Se il nome non mi è immediatamente familiare, basta notare una qualsiasi forma di attivismo politico per rimuoverle senza ripensamenti; altrimenti valuto l'età, controllo che non ci siano conversazioni passate o questioni in sospeso da anni. Ne guardo le foto, ne giudico insindacabilmente le ispirazioni. E poi le cancello, basta un click.

Quando voglio forzarmi a prendere sonno mi masturbo, poi il pentimento accompagna a letto la coscienza. Mi rendo conto che non è gentile, da parte mia, dirtelo così. Del resto sei tu che hai formulato la domanda, e poi non ti ho costretto io a leggere questo fazzoletto imbrattato.

Ma so che la tua domanda era retorica, e che la risposta più educata sarebbe stata niente.

Scusami. È che devo cominciare ad andare a dormire prima, se voglio svegliarmi di mattina e andare a cercare un medico.


Is the sea everything?
Hello, hello.



mercoledì 8 ottobre 2014

altalenando


Camminando per le strade di Savigliano è molto facile imbattersi in minuscoli parchetti, tanto dolci da vedere alla luce del sole quanto lugubri di notte. Ne ho visti davvero molti! Nascosti dietro i condomini, vicini ai quadrivi, di qua e di là del fiume Maira, lungo i vicoletti. Fazzoletti di prato d'una decina di metri quadri, quattro panche, una fontana, pattumiere, a volte una giostrina meccanica o uno scivolo, quasi sempre un'altalena. Quasi nessuno sembra abbandonato.

Irresistibilmente rimandano a un confronto con l'infanzia. Anche nella casa dove ho vissuto pomeriggi estivi interminabili c'è stata un'altalena. L'avevo costruita io, come la costruirebbe un bambino di sei anni: male. Avevo fissato alle estremità del piano di seduta - un pezzo d'asse un po' marcio - numerosi avvolgimenti di fil di ferro per agganciarlo alle corde, assicurate con l'unico nodo che conoscevo al ramo di un albero con le foglie e la chioma tonde, come quelli che disegnano i bambini. Questo era piantato in un'aiuola ricavata sul lato del cortile rialzato di un paio di metri sul livello della strada.

Siccome c'era la ringhiera vicina, per non battervi le ginocchia io ero costretto a dondolarmi dandole le spalle. Mi imprimevo una prima spinta aiutandomi con i piedi, poi sfruttavo piegamenti ed estensioni delle gambe per far crescere l'oscillazione fino al punto massimo, che mi vedeva per qualche istante sospeso a filo ringhiera, suscitando il terrore degli automobilisti che uscivano dalla curva e passavano di là.

Tra le sensazioni sedimentate nella memoria: il cigolìo prodotto dalla sollecitazione della corda sul fil di ferro, il crepitìo del ramo mentre mi davo lo slancio, il divertimento semplice del movimento e del vento in faccia, senza stipulare un contratto di fiducia con il ramo, la corda e le mie braccia mentre venivo proiettato all'indietro verso la strada. E poi mi piaceva scegliere il momento di stallo in avanti per saltare giù al volo.

Mi sono fatto male in decine di modi diversi, in quegli anni: lanciandomi rannicchiato dentro casse da frutta giù per rampe di scale trasformate in improbabili scivoli con assi di legno; improvvisando giochi da circensi con le bombole del gas vuote; andando per strada con skateboard o carretti fatti di assi e cuscinetti a sfera come ruote; correndo su sentieri boschivi o pietrosi con una vecchia bmx privata delle gomme; e ancora, costruendo fionde e archi e frecce, intagliando barchette nel legno, accendendo dei fuochi,  arrampicandomi su muretti e alberi, saltando giù dai terrazzamenti nell'orto, nel corso delle violente e quotidiane risse con mio fratello. Ma mai giocando con quell'altalena.

Sapevo giocare, in quello ero bravo. "Malu ragiunatu", mi diceva la nonna.

Guarda com’è pacifico il mondo.
La notte
ha imposto al cielo
un tributo stellato.




lunedì 6 ottobre 2014

lutto continua


Hai mai provato a stringere un chicco di grandine in un pugno? Non sempre puoi aspettare che si sciolga dentro, se è grande ci vuole molto tempo e fa male.

Così distendi un dito per volta, fino a lasciarlo cadere. È giusto così.
È proprio un vizio assurdo, chinarsi a raccoglierlo finché non svanisce completamente.

E le mie mani sono fredde.

The world is neither fair nor unfair
The idea is just a way for us to understand
No the world is neither fair nor unfair
So some survive
And others die 



mercoledì 1 ottobre 2014

memento morbi


Quando sei malato, molte deroghe sono concesse.

È lecito avere ogni paura, tranne la paura di avere paura. La pietà va a abbracciare la miseria, le dice che è piccola e bella (e lei si fa bella, e lei si fa piccola). È lecito non avere fretta di proclamare guarigione, lasciarsi passare nelle sale d'attesa.

Non ci si urli dentro per invocare forza e coraggio: sono impegnati, tutti intenti nel loro mestiere della lotta - che piaccia o no. Ma è concesso acquistarne da chi vuole tenerti vivo, al prezzo della riconoscenza.

Sono accordati giorni macinati a letto, sogni senza interpretazione, viaggi indolori tra i ricordi e alimenti digeribili.

È permesso guarire. Morire è un peccato perdonabile.


ricorda Signore questi servi disobbedienti
alle leggi del branco
non dimenticare il loro volto
che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti



lunedì 29 settembre 2014

la memoria del cibo


Ho una scatola piena di scontrini, quella delle mie prime scarpe da lavoro. Li conservo tutti: alcuni rimborsabili, altri per far valere una garanzia, conti finali di una bella serata, pochi scarabocchiati da persone care, innumerevoli di caffè presi qui e là nel pezzetto di mondo che ho viaggiato. Ce ne sono anche di stinti e ormai illeggibili.

Mi capita, a volte, di sorteggiarne uno.  Esamino l'orario e il luogo d'emissione, e cerco di associare la spesa a un'immagine, un ricordo. Riesco quasi sempre.

Da queste parti la religione è molto presente nella vita quotidiana, così le manifestazioni di fede non hanno niente della teatralità a cui ero abituato. Anche le feste di paese non sono dedicate ai santi e celebrate col fuoco e col tuono, ma servono a benedire le opere e i giorni delle mani. A Santena il paese si riunisce per festeggiare l'asparago, a Carmagnola il peperone. Qui a Savigliano l'adunanza degli abitanti si tiene in occasione della festa del pane. Evito di fare panegirici.

Non di solo pane mi sono nutrito, da buon crethién. Molte ispirazioni e piccoli accadimenti inattesi mi sono stati serviti sul piatto, e ho sentito perfettamente il momento in cui ne sono stato sazio. Il momento opportuno per salutare i commensali, ringraziarli per la compagnia e tornare a casa, che ogni altro  morso, sorso, sorriso, saluto in più, sarebbe stato di troppo.

Il mio corpo mastica tutto e manda giù: usa subito la parte migliore, mette qualcosa da parte e butta via il resto. Io invece conservo anche gli scontrini. Credo sempre di avere una gran fame, ma non riesco più a mangiare come un tempo. Annuso (acquolina), assaggio, pilucco, gioco, torturo la vita con le posate; spreco instancabilmente. Fantastico su banchetti luculliani, grandi e gioiose abbuffate pur sapendo che non è rimasto che un piccolo spazietto in fondo, per il dolce.

Mi sono tornate in mente le favole di Giufà che mi raccontavano da bambino; storie truculente di coltelli, stomaci percossi a bastonate, briganti in agguato, menzogne e assassinii in cui il protagonista, ignorante ma scaltro, riusciva - quasi sempre con l'inganno o la violenza - a uscirne con la pancia piena.

Che fame.


Ho i piedi bagnati, e qualcosa non va
Non ho più fame, e mi sento un po' giù



martedì 23 settembre 2014

quasi


Il minore di quattro fratelli.

Della sua storia non conosco che frammenti. Mi mancano molte parti importanti: ad esempio, non so niente della sua vita fino ai trent'anni, se abbia viaggiato molto o cosa si prepari abitualmente da mangiare in quella casa in cui vive da una cinquantina d'anni, e che ha visto svuotarsi un po' per volta, a causa dell'abbandono della madre in seguito alla separazione, dei tre fratelli maggiori - il primogenito a causa di complicazioni cardiache, i due mezzani per metter su famiglia - e infine del padre, andato a spegnere i suoi ultimi anni come un cerino, in una struttura sanitaria, più o meno venti anni fa.

Ha un nome piccolo, adatto per un fratello minore.

In quella casa ha goduto di uno splendido paesaggio, potendo spaziare senza muovere un passo dai faraglioni di Aci Trezza all'Etna da cima a valle. Perlomeno, prima che sorgessero le serre intorno. Le sue ore notturne dovrebbero essere ancora scandite dall'intermittenza della luce proiettata dal faro di Capomulini attraverso la finestra. Il pavimento su cui da sempre misura i passi è fatto di quadrelle di terracotta scure e usurate, e sicuramente ricorda ancora il soffitto a volta affrescato a puttini com'era prima che venissero raschiati via. I mobili dovrebbero aver superato per merito di anzianità la peculiarità che da' loro il nome, ed eletti a composizione monumentale immutabile.
Non si è mai arreso alla scoperta dell'acqua calda in senso moderno, ma continua a scaldarne un pentolone per lavarsi d'inverno.

Da lui ho imparato il piacere di giocare con i numeri.

Lavorava in banca. Aveva ottenuto uno di quei posti di lavoro che molti invidierebbero, nei quali non si sa bene qual è la propria mansione ma si capisce che è meglio star dentro che fuori, che lo stipendio non è male e col tempo sarebbe aumentato.
Ha saputo abbandonare quel porto sicuro ("altri tempi", potrebbe protestare qualcuno) per inseguire una delle sue passioni e iniziare i suoi studi in Architettura. Le altre di cui mi sono giunte notizie: il disegno, la musica (principalmente jazz, con ampie concessioni alla psichedelia di Atom Heart Mother - in particolare, Alan's Psychedelic Breakfast - e ai dischi dei King Crimson - in particolare Starless And The Bible Black. Ma senza mai tradire la sua alta fedeltà per Chet Baker), la polemica, la fotografia, l'archeologia, le sigarette, i pochi ed eterni amici.

Non l'ho mai visto in dolce compagnia. Ma sentendo parlare di lui, nel corso degli anni ho sentito citare troppe volte la storia di quella donna che si gettò giù dalla scogliera per togliersi la vita. Lui non ne ha mai fatto menzione. Non so neanche quando lei sia accaduta.

Adesso fa l'insegnante, e presta molta cura alle generazioni di gatti semi-randagi con i quali, da chissà quanto, ha stretto un sodalizio.

Credo stia quasi bene.

Now your eyes are red from crying




martedì 16 settembre 2014

piccoli passi verso casa


Assaggio un caffè a cui rinuncio subito dopo essermene bagnato le labbra. Fiammetta (la moka baffuta) è ancora troppo nuova. È comunque un momento che merita di essere ricordato, il primo caffè preparato in casa. Andava sottolineato con la giusta compagnia, così ho messo via i Daft Punk e ascolto un disco di Cohen, probabilmente il peggiore. Quello in cui si rende conto di essere anziano e non conta più di pompini d’addio al Chelsea Hotel, ma canta la gloria del signore.

Del resto quel vecchio furbo ha sempre cantato le regole, sa che quando si è troppo vecchi per fare danni è buona educazione togliersi il cappello e chiedere scusa. Con quella voce, sfido dio a non perdonarlo, o il demonio a non offrirgli un bel contratto artistico a tempo indeterminato.

Avrò sempre desiderio di ascoltarla, quella voce.

So we'll go no more a-roving
So late into the night,
Though the heart be still as loving,
And the moon be still as bright.
For the sword outwears its sheath,
And the soul outwears the breast,
And the heart must pause to breathe,
And love itself have rest.

 

lunedì 15 settembre 2014

Alive 2007


Mi stupisco di come questo disco possa farmi tanto bene. La dance (con tutto il niente che comporta tale categorizzazione) non è mai stata tra i miei ascolti preferiti, e anche gli album registrati dal vivo difficilmente mi fanno impazzire. Un live di un djset, poi.
Però.

Ci sento dentro una specie di stato di grazia. C'è lentezza, velocità, peso e leggerezza. Le urla di stupida felicità del pubblico e la voce campionata che ripete crudelmente We don't move.

Sarà che il mio viaggio è iniziato nel 2007, sarà un periodo in cui ho bisogno di raschiare per me il bello dal grottesco quotidiano. Sarà che ho seri problemi di tempismo, e ora pago lo snobismo della mia adolescenza.

Che tra gli uomini era di moda inventarsi gli dèi per dare un nome alle leggi che ci governano. E quando era l'età di rendere tributo a Dioniso io trovavo disdicevoli i riti orgiastici da discoteca. Non capivo le regole, le firme sui vestiti, il gioco di cacciatori e prede, la bellezza di alterare la percezione, il sesso per gioco, ballare. Pensavo fosse brutto e inutile.

E oggi rivelo i miei trentun anni come una colpa, che da uno della mia età ci si aspetta una certa padronanza. Dovrei sapere incidere a colpo sicuro, prendere il corpo che mi piace e lasciare l'anima quasi intatta, quasi come l'ho trovata. E invece mi mettono in mano coltelli e procedo a tentoni, senza anestesia, senza mestiere. Rovino tutto, e non completo il lavoro.

Ogni cosa va fatta quando è opportuna.

Oggi quando godo di quel disco, non mi immagino mai in mezzo al pubblico, ma dietro le quinte. Faccio questo, sono questo. Non creare, né intrattenere, né lasciarmi andare; la mia occupazione è che tutto funzioni.

Work it harder make it better
Do it faster makes us stronger
More than ever hour after
Our work is never over





giovedì 11 settembre 2014

parole al vento


Sei sempre tu: cambi in continuazione, non cambi mai.

Mi hai cercato e trovato. Mi hai portato con te. (Bello. Ancora.) Mi sono spiegato a te, di conseguenza mi hai spinto lontano e lasciato correre. Un soffio lungo centinaia di leghe, che ancora mi lega e ti nega.

Anch'io scorro, lo sai. Ma il mio è un effluvio lento, ladro e traditore. Il tuo, impetuoso, impietoso. È noto a tutti cosa succede quando due correnti così si incontrano.

And I laugh as I drift in the wind
Blind Dancing on a beach of stone
Cherish the faces as they wait for the end
Sudden hush across the water
And we're here again


lunedì 8 settembre 2014

(il vizio di tornare) cenere


Ogni volta che scatta la scintilla e la fiammella incendia il tabacco, mi sto prendendo cura di me. È una terapia lunga e costosa, un investimento a lungo termine i cui risultati sono innegabili.

La voce si abbassa ogni giorno di più, in timbro e intensità. In breve tempo sarà profonda e inafferrabile come un sussurro nella notte, e da anziano avrò quella voce roca che sembrerà non più un'emissione del cavo orale ma una grave risonanza della calotta cranica, o una  misteriosa sorgente sonora posta dietro la nuca.
Anche il mio sapore, altrimenti troppo dolce, ne guadagna in carattere. 

Inoltre è un errare umano il cui perseverare dipende solo da me. E un generatore di alibi formidabile. Come sarà utile pensare a quanto sarei stato meglio se non avessi fumato tutte quelle sigarette, e a quanti desideri avrei potuto comprare se non avessi bruciato quei soldi in trinciati e cartine. O a quali distanze avrei potuto coprire mettendole in fila tutte, una dietro l'altra.

È anche una questione di responsabilità, come ricorda ogni confezione, per non far finta di niente su quanto io sia nocivo per me stesso e per chi mi sta intorno. E quanta ironia nel sentirmi connesso al cielo, rievocare antichi rituali d'olocausto e esserne al tempo stesso vittima e sacerdote. Odiare gli dei che mi divorano l'anima e sperare che il banchetto gli sia gradito.

Fili di fumo che, come il fuoco da campo nei romanzi d'avventura, mi rendono visibile da lontano, e inducono a tenermi in considerazione: raggiungermi in cerca di conforto o tenersi a prudente distanza.

Così io fumo, e ammazzo il tempo.

occorre tanto Kerosene
per dare fuoco a questo posto
e ribadire il giusto.


martedì 2 settembre 2014

756


Ciao.
Stamattina mi sono svegliato con la brutta sensazione di quando sei consapevole di avere molte cose da fare ma non te ne viene in mente neanche una. La colazione è sempre un buon punto di partenza, ma a casa non ho niente da mangiare. Qui è tutto sottosopra, non posso neanche farmi un caffè, e da solo non riesco a sistemare tutto.

Ho pensato di andare a prendere un cappuccino al bar della scuola di danza, quello accanto all'officina che ha la Stilo in riparazione. Quando entro il campanello automatico mi annuncia inutilmente, visto che la ragazza alta e carina al bancone, stranamente intimidita e frettolosa, mi ha chiesto cosa desiderassi senza neanche darmi il tempo di varcare la soglia. Solo un cappuccino, che le brioches non mi hanno ispirato. Anche quello è stato preparato in tutta fretta, e si sentiva. L'ho trangugiato senza troppo riguardo, sedendomi fuori per sollevarla dall'imbarazzo e godermi il sole e l'aria fresca del mattino. Solo andando via mi sono reso conto di essere a pochi passi da dove stai ora, e che oggi è il secondo giorno del mese; così ho deciso di percorrerli.

Il canonico vialetto alberato che conduce ai cancelli d'ingresso è molto bello. Il marciapiedi non è asfaltato né lastricato, ma in terra battuta. I tronchi degli alberi a sinistra, le pannocchie a destra e alcuni fili di ragnatela tesi tra gli uni e le altre, a testimoniare che i saviglianesi si recano in auto a visitare i loro morti. A me piace camminare.

Arrivato ai cancelli mi sono avvicinato a quello di sinistra, ma stavolta l'ho trovato chiuso e sono stato costretto ad entrare dall'ingresso principale. È impressionante come il cimitero rispecchi la città: al centro si stringono l'un l'altro i sepolcri ben rifiniti delle famiglie importanti; subito dopo ci sono le tombette a schiera, dall'aria tristemente dignitosa e tutte uguali, dei nuovi arrivati. Solo nella parte più esterna ci sono i loculi popolari, organizzati in palazzi con ascensore, e i piloni di cemento ancora segnati con le matite da carpentiere. Per una volta ho trovato subito la strada: ultimo piano, in fondo a destra, interno 756. Noto che non hai vicini ai lati né al piano di sopra, potrai fare quello che vuoi con la musica. I fiori te li hanno sbagliati, la viola del pensiero ha un carattere crudele che non ti si addice - bei colori, però. Il cordino rosso intrecciato con quattro medagliette invece è proprio da te. Hai fatto amicizia con qualcuno del quartiere? Ho visto che qui è pieno di ventenni: alcuni dall'aria timida, altri dallo sguardo fiero, e molte belle ragazze. E da quassù la vista non è neanche male; anzi, faccio una foto.

Continuo a tenere le finestre di casa mia aperte da quando mi hai consigliato di farla respirare il più possibile. Continuerò finché non farà freddo. Credo che mi piacerà stare qui. Ogni volta che ho condiviso casa con qualcuno - compresi i miei familiari, a partire da una certa età - ho sempre avuto la sensazione di nuocergli. L'esperienza non ha fatto altro che rafforzare questa convinzione, e quando risposi all'annuncio per la camera, la pensavo già come soluzione temporanea. Niente di più pericoloso che ragionare per soluzioni temporanee: per estensione e indulgenza, si finisce a vivere sbagliati. Sebbene io abbia conosciuto il valore delle regole, seguirle è una continua lotta con me stesso. Immagino che sia così per chiunque.
Faccio sempre la strada che mi hai insegnato per arrivare a casa mia, e l'ho insegnata ai miei amici. In effetti è la più veloce e facile da ricordare. Molti saviglianesi non hanno mai sentito nominare la via dove abito adesso, e conoscono poco l'intera zona.

Ho incontrato uno dei tuoi amici alla festa del Cianto Viol di Becetto. Uno dei DJ, credo. Era più o meno al suo terzo pastis pomeridiano, si divertiva e aveva la barba ornata di fiori montani bianchi. Mi ha riconosciuto e abbracciato così forte che ancora sento la sua mano impressa nella mia schiena, come un bassorilievo a sbalzo. Poi è tornato a cantare e ballare e fare le altre cose giuste. È impressionante la persistenza degli abbracci, non credi? Sei stato fortunato ad avere un amico che abbraccia così.

Scusa se non ti ho parlato prima. Del resto, lo sai. Anche l'anno scorso passavamo mesi interi senza scambiare una parola. Sempre via per lavoro, e quando rientro passo troppo tempo su Internet. Quando sono passato a prendere le mie cose, nel ritirare gli ultimi panni stesi ho rubato una delle tue magliette: quella nera col disegno azzurro, l'orso e la stella. Mi sta benissimo.


tu che avevi il terrore del vuoto
mi piacerebbe ogni tanto averti qui
per mostrarti le cose che ho di te

land escape

sabato 30 agosto 2014

stilettate


Viaggiare da Catania a Savigliano in auto è stato come abbattere un elefante con una piccola lama sottile. Vorrei poter dire di aver provato piacere anche solo per una di quelle millecinquecento pugnalate.

Ho solo rispettato le regole.

Laughing into the fire.
Is it always like this?



mercoledì 27 agosto 2014

l'alba di un giorno vecchio


Da sempre, ogni volta che torno a casa nel cuore della notte cammino nel buio a passo svelto, sicuro di non urtare contro il comò. Attraversato il corridoio, sento mia madre biascicare qualche parola nel sonno - a seconda del suo umore, di biasimo per le mie abitudini o di contentezza per il mio rientro. La porta della camera da letto è aperta, e chiusa quella della cucina. Mentre giro la maniglia sento appena il suono della televisione accesa al volume minimo. Mio padre è steso di fianco sul divano - non lo usa mai quando gli altri sono svegli. A volte si addormenta, altre volte guarda e ridacchia. Nei casi più fortunati, mentre segue la trasmissione imbraccia la chitarra (compagna di vita che ha sempre suscitato la gelosia di mia madre) e la suona con infinita eleganza, così piano che sembra un miracolo, a vedere le sue dita grosse. Un lavoro di cesello iniziato cinquant'anni fa.

Oggi niente chitarra. Mi sono fermato a guardare la televisione con lui, scambiando di tanto in tanto parole a bassa voce  e sgranocchiando cracker trovati nella dispensa mai vuota (ripiano basso per il pane, sia fresco che secco; alto per stuzzicherie, biscotti e merendine). Dopo qualche minuto, lui accende la luce per lasciarmi mangiare con comodo e passiamo un'ora a guardare un varietà del '73, ridacchiando insieme.

Le sei. "Ciao, papà." Tra un'ora la sua sveglia suonerà. Due rampe di scale, per camera mia.  Il clima è fresco, sereno. Esco in terrazza a fumare l'ultima, e ascolto la città che se la prende comoda. Non il borbottìo delle auto in fila ma solo lo sbadiglio della cinghia di trasmissione che anticipa di qualche istante l'avviamento di un motore. Gli uccelli qui non gridano, è un chiacchiericcio mite. Da un quartiere lontano sento il suono del compattatore del camioncino che raccoglie i rifiuti indifferenziati, e i tonfi dei cassonetti rimessi giù bruscamente. Un'auto passa veloce, da come tira le marce sa più di giovane che rientra da Catania che di anziano che va a lavorare.


E a me sembra ancora tutto normale.

It's all wrong, it's all right
It's all, it's all


giovedì 31 luglio 2014

la tregua


Sole basso, strada del ritorno affollata di vite veloci. La Stilo procede senza preoccuparsi del serbatoio quasi vuoto, decisa a prendere la precedenza che le spetta. Un'auto sconosciuta, rispettosamente, si ferma allo stop.
Freno anch'io.

Ora, mi rendo conto: un piccione grigio, zoppo e incapace di volare non è esattamente come una colomba bianca. Ma è sbagliato aspettarsi troppo da questo piccolo, brutto mondo.
Così aspetto che la bestiola attraversi la strada. L'auto allo stop a sua volta aspetta me. Il volto pacioso del suo conducente piega i baffi in un sorriso di approvazione. Lo saluto, mentre riparto.

Luglio è finito, oggi non si corre. Non si raccolgono a raduno la forza per restare sveglio e il coraggio per pensare a domani. Oggi si torna tra le macerie di ciò per cui poteva avere un senso combattere e che in nome della battaglia stessa ho trascurato. Per ricostruirne una casa nuova.

scenari di guerra - pronti a far fuoco

and I guess, I just don't know.
And I guess, I just don't know.

giovedì 3 luglio 2014

essi vivono


Sono senz'altro l'ultimo degli stronzi dinnanzi all'idea di raccontare la Sicilia. Non intendo neanche cimentarmi nell'impresa, ma propongo un esperimento. Provate a chiedere a chiunque di raccontare la propria esperienza isolata. Sono pronto a scommettere che presto sarebbe usata la formula "Bellissima! Però peccato...".

Così anch'io, se provassi a raccontarvi la mia colazione sulla terrazza dell'albergo a Enna alta, non potrei esimermi dal parlare del paesaggio bellissimo sulla provincia più alta d'Europa. Però peccato per quei palazzoni gialli di cemento orribili piazzati a casaccio nello scenario di rocche e castelli.

Sono stato contento di aver avuto l'incarico da autista per portare l'attrezzatura in Sicilia, anche se mi ha fatto un certo effetto trovarmi a solo un'ora di strada dalle persone che sanno farmi stare bene senza però poterle raggiungere, e essere circondato di persone che si son presi cura di me pur dandomi del lei.

Mi drogo un po' di vanità e piccoli entusiasmi, mentre ogni cosa mi sbatte in faccia i forti contrasti che caratterizzano la mia terra d'origine, la mia terra difficile. Come il bambino siciliano venuto a mendicare un po' di cibo al tavolo del ristorante riservato per la cena di artisti e crew, e i venti minuti di spettacolo pirotecnico abbondante, incessante e a tempo di musica, perdipiù. Il primo pensiero facile è "quanto spreco". Il secondo, ed è ancora tra quelli facili, è che quel patrimonio mandato in fumo a bassa quota se anche fosse stato distribuito tra tutte le famiglie con bambini mendicanti cibo, non ne avrebbe affatto migliorato la condizione di vita. Anzi. Perlomeno, per venti minuti ventimila persone hanno giocato a non esser sempre sole, a condividere lo stesso spettacolo, a guardare insieme al cielo. Bello.

La mia permanenza in Sicilia è stata esattamente come tutte le altre da quando l'ho lasciata: molto intensa, troppo breve.

Sono di nuovo sulla strada del ritorno, con una nuova storia da raccontare e un vuoto già vecchio e mai uguale.

 Da qui a casa, è una vita.


lunedì 9 giugno 2014

ehy, mr sandman


A te non capita mai di essere sabbia?

A me sì, quando m'infilo dappertutto. Quando mi accorgo che piaccio ai bambini, e rovino il trucco alle donne. Quando resto attaccato alla pelle e si sente il bisogno di sciacquarmi via. Quando scotto sotto i piedi e quando mi modello per farmi giaciglio. Quando, solido come poco altro al mondo, so anche scorrere, fare onde e prendere la forma del mio contenitore. Quando sono nella mia prigione di vetro, e misuro il tempo.  Quando creo attriti. Quando provi a prendermi in mano. Quando il vento mi porta.




But there's nothing else I can really do
There's nothing else
I can really do
At all

sabato 7 giugno 2014

luoghi comuni


Una piccola lista di luoghi comuni a cui non ho più accesso.


Se tagli i capelli li rinforzi. Sbagliato: se tagli i capelli, li accorci.

Can che abbaia non morde. Sbagliato: al limite, can che abbaia non dorme.

Il lavoro nobilita l'uomo. Sbagliato: il lavoro è una disgustosa necessità che ci siamo procurati per le nostre stesse colpe. Se si è fortunati, può essere anche una distrazione, un divertimento.

L'amore è una malattia. Sbagliato: solo quando sei innamorato viene fuori chi sei veramente. Per il resto del tempo, ogni mattina sarai in grado di preparare una faccia per le facce che incontrerai.

Quel che non ti uccide ti fortifica. Sbagliato: quel che non ti uccide ti mortifica.

Non è mai troppo tardi. Per ogni porta che si chiude, si apre un portone. A tutto c'è rimedio. A volte non hai scelta. Sbagliato.

La pazienza è la virtù dei forti. Sbagliato: la forza è la virtù dei forti. La pazienza è la virtù di chi patisce.

Sbagliando s'impara. Sbagliato: si impara quando si vuole imparare, a patto di essere abbastanza intelligenti.

La verità alla fine viene sempre a galla. Sbagliato: come in ogni guerra, anche nella vita la verità è decisa dal più forte; non dal più paziente.



It's only when I lose myself in someone else
That I find myself

venerdì 30 maggio 2014

doppie punte


Io lo ricordavo come un uomo giovanile, snello ed elegante, con i capelli brizzolati e lunghi fino alle spalle e gli occhi vispi come quelli di un ragazzo. Arrivava sempre con una decina di minuti di ritardo, sfrecciando su uno scooter 250cc che frenava con padronanza a pochi centimetri dal muro antistante la sua bottega.

"Sono esattamente come li ha lasciati lei" gli dico oggi, dopo qualche secondo di esitazione. È arrivato in puntuale ritardo, ma a piedi, con i capelli corti e un po' di pancetta. Gli occhi ancora vispi ma meno evidenti, sotto il velo di stanchezza che indossa su tutto il viso. "Non li ho mai tagliati negli ultimi sette anni, neanche le punte".

Mi fa le stesse domande che mi faceva allora: a casa tutto bene, l'università, ma tu stai ancora qui. Solo le risposte sono cambiate.

E poi mi fa accomodare, prepara lo shampoo. La sensazione dell'acqua tiepida e il massaggio delle sue dita sulla testa mi riportano indietro più veloci dei ricordi, e smetto di chiedermi cosa diavolo sto facendo. Mi dice di spostarmi su una poltrona, "quale?" - "sceglila tu". Quella di destra, la sua. Ora è da solo, ma nella poltrona di sinistra io ricordo i suoi apprendisti. Chiedo di loro: ora si sono messi in proprio e le cose gli vanno bene (meglio che a lui forse, a lasciar intendere), e che è contento - e si capisce che lo è davvero - di essere stato un buon maestro.

Con il primo, rapido movimento recide quasi mezzo metro. Come fosse un'anguilla in pescheria, stende quel fascio di fili sul marmo del banco da lavoro. Chiede "questa la vuoi?" - "Sì."

E si passa dal "lei" al "tu", parlando dello specchio che sa essere indulgente nella sua quotidianità, e delle foto che invece sono spietate. Delle tappe a partire dalle quali la vita si comincia a misurare in estati, in lustri, in decenni. Del tempo che corre veloce.

Invece le sue mani sagge il tempo non lo sprecano in chiacchiere insensate come queste, ma danzano e danzano senza tregua, con precisione e godimento. E lui ne esce nuovo non meno di me, per il resto della giornata.




And then you try to live the day 
I don't know how, but I know what to say 
Is it medicine or social skill 
Don't have the answer and nobody will 

domenica 11 maggio 2014

quando avevi sempre ragione


Questa paginetta l'ho scritta qualche giorno fa perché ho visto un manifesto per strada, a Savigliano, che segnalava che oggi sarebbe stata la tua giornata. Ho pensato subito di annotarla sul calendario del mio cellulare, per ricordare di telefonarti. Perché so che me ne dimenticherei, e che l'indomani tu troveresti il modo di ricordarmelo con una pesantissima falsa noncuranza, e gli insostenibili ma non importa.

Invece a te importa, e per oggi mi prendo una pausa dal mio ruolo di figlio ingrato. Ti faccio trovare una letterina come quelle che ci facevano scrivere le maestre alla scuola elementare.

Hai davvero bisogno che ti ripeta che ti voglio bene? So che è così, e lo faccio volentieri. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Mi manchi. Ti voglio bene.

Come possiamo rendere speciale questo giorno di festa? Fossi lì ti preparei un dolce e comprerei dei fiori. Ma ho avuto tanto lavoro e non sono riuscito a venirti a trovare in tempo, così ti propongo qualcosa. Ti prego di ascoltarmi prima di fare quella faccia.

Io vorrei che per oggi, almeno per oggi, anche tu smettessi di fare la tua parte. Di non essere così perfetta, di non dedicare le tue ferite a papà, a mio fratello, a mia sorella, a me. Vorrei che per oggi la smettessimo di punirci sempre e perdonarci tutto. Che ci ricordassimo della nostra umanità, e ce ne prendessimo cura come sappiamo fare con le persone a cui vogliamo più bene e che sappiamo di non conoscere bene. Comprensione (cum prehendere, prendere insieme. Grazie per gli studi classici), accettazione. Abbracci ben-dati.

Sii la ragazza che - sono sicuro - ricordi ancora bene di essere stata, prima di Noi.

Perché non mi hai mai raccomandato di scoprirmi bene, quando fa freddo?
Non credere: preferirei tornare ad essere il bambino che ti santificava ogni giorno. Quando io ero debole e innocente, e tu avevi sempre ragione.

Ti regalo qualche lacrima. Non sono che poche gocce nel mare che hai versato per me.





When I think of all the things I've done
And I know that it's only just begun
Those smiling faces
You know, I just can't forget them
But I love you

sabato 3 maggio 2014

un promemoria bambinissimo


Bisogna fare attenzione. Con tutti i meravigliosi errori da fare, è davvero un peccato cadere sempre negli stessi.

La paura sopra ogni altro, specie nelle relazioni. I pericoli sono fuori da noi e, se qualcuno non se ne fosse accorto, ogni cosa può rappresentarlo. Ogni persona, ogni esperienza può diventare pericolosa. La paura invece è dentro di noi, è una richiesta d'urgenza. Un'alleata, se non si è tanto stupidi da reagire con la furia.

Bisogna ricordare che il corpo sa quello che noi non abbiamo ancora capito, che è possibile avere controllo su di esso ma su nessun'altra cosa al suo esterno, che sappiamo essere molto più feroci di quanto possiamo immaginare. Che le cose non capitano per darci piacere o dolore, ma è nostra responsabilità trarne l'uno o l'altro.

Quando penso ai miei errori, i miei ricordi quasi sempre confermano che si tratta di reazioni precipitose alla paura. Qualcosa che faccio a mio discapito perché mi sembra giusto. E al contrario, quando valuto quel che la paura ha da dirmi, spesso mi rendo conto che mi parla di ferite che mi sono destinate in ogni caso, e che le mie difese non farebbero altro che preparare la mia pelle a riceverle praticandomene di peggiori nell'attesa, ferire le persone a cui tengo di più, e privarmi del buono che sarebbe rimasto da prendere per me (ce n'è sempre un ricco residuo trascurato).

La mia fortuna è imparare dagli errori, e quegli occhi all'ingiù che in più di un'occasione mi hanno aiutato a farmeli perdonare.

Non vedo come possa andar male.





So I trick myself
Like everybody else

The secrets I hide
They twist me inside
They make me weaker

venerdì 2 maggio 2014

sing while you may


Quanta bellezza, amico mio!

Certo, costa cara. Forse troppo, forse non sono così ricco da potermela permettere.
Di sicuro non è unica nel suo genere, quasi tutti ne hanno avuta una simile - uguale, magari. Non è un'opera d'arte che puoi appendere in salotto o vantare nella tua collezione privata che poi ci organizzi una mostra con vernissage trés chic. No, a pensarci bene non posso mostrarla a nessuno. Neanche a te.

Resta chiusa nel mio scrigno. E no, purtroppo neanche lì è protetta a dovere.

Stammi vicino, amico mio. Lasciami solo.




Si je désire une eau d'Europe, c'est la flache
Noire et froide où vers le crépuscule embaumé 
Un enfant accroupi plein de tristesses, lâche
Un bateau frêle comme un papillon de mai.

martedì 29 aprile 2014

chi ha paura del loop cattivo?


siccome
ogni cosa importante
va come avevo previsto
e non come avevo sperato
ogni volta spererò di
smetterla di prevedere
che

siccome
ogni cosa importante
va come avevo previsto
e non come avevo sperato
ogni volta spererò di
smetterla di prevedere
che

siccome
ogni cosa importante
va come avevo previsto
e non come avevo sperato
ogni volta spererò di
smetterla di prevedere
che




Everything as cold as life
Can no one save you?
Everything as cold as silence
And you never say a word

mercoledì 16 aprile 2014

in pasto


Non avevo idea di quanto tempo avessi passato steso a leggere in tarda mattinata, convinto che avrei saltato il pranzo dopo la colazione fuori. E invece mi sono ritrovato in cucina senza rendermene conto, e le lancette hanno tentato di convincermi che sia stata una questione di un paio d'ore appena.

I miei occhi cercano subito il cestino sulla sinistra, dove teniamo il pane e la frutta. Comincio a pregustarlo dal momento in cui la pagnotta sfrega sull'interno della busta di carta bruna, producendo il più domestico dei suoni. È un pane salato e croccante di semola di grano duro, dalla mollica compatta. Lo amo. Ne ricavo due fette spesse che lascio sul tagliere, ed una più sottile che mangio subito, per impazienza. Le impolvero di pepe nero e le impregno d'olio, dopodiché le porto a tavola.

Mi siedo, e nei pochi istanti prima di cominciare a mangiarle alcune sensazioni mi attraversano: il desiderio di accompagnarle con carote (crude e intere) e finocchio (tagliato a pezzi come in insalata), l'incredulità nei confronti di quel libro che fino a pochi minuti prima mi stava sezionando. 

Ogni pagina è un campionario di coincidenze, ogni coincidenza uno strumento chirurgico. Mi chiedo se non sia io a forzare questa sensazione; ma per quanto possa cercare di pensarlo, non posso fare a meno di ricordare come mi sia finito per le mani, la sensazione di paura e eccitazione che mi ha trasmesso quando l'ho visto, senza aver mai sentito nominare prima né il titolo né l'autore.
Dopo averlo iniziato, mi ci è voluto qualche giorno e un po' d'aiuto,  per avere il coraggio di riprenderlo.

Dopodiché mordo il pane, e ne provo un piacere sorprendentemente più grande di quanto potessi aspettarmi. Ne faccio piccoli bocconi, lo mastico a lungo, lo faccio durare. Non penso più a niente, mi abbandono alla percezione del sapore e della consistenza, del masticare ed ingoiare, della soddisfazione che arriva fino allo stomaco che attende.

È quasi un segreto. Non è un buon argomento di conversazione. Quasi ogni interlocutore si mostrerebbe imbarazzato e pentito di avermi chiesto cos'hai mangiato di buono a pranzo? Sarebbe portato a pensare che non mi piaccia mangiare, o non mi prenda cura di me, o che non possa permettermi di meglio, o che la solitudine sia una brutta bestia. Ma non è così. Non è così. Mi torna in mente il banchetto di molto, molto tempo fa, durante un lavoro dei primi giorni di Aprile. Antipasti di salumi pregiati dai nomi più vari, risotti agli ortaggi francesi, polpo, salmone, gamberi: niente reggeva il confronto con quei tre grissini corti al sesamo disposti per ogni coperto. Che scena assurda era vederli trascurare in favore di quell'orgia di sensi senza senso.

L'una meno cinque: il mio coinquilino tornerà a breve per la sua pausa pranzo. Riempio d'acqua la pentola che usa sempre per cuocere la sua pasta e la metto sul fuoco. Nel cestino cerco un kiwi che non sia ancora del tutto dolce, lo pelo e lo taglio a fette. 

Vado a scrivere qualcosa e poi metto su il caffè.





Il vuoto vuole 
stupore. 

venerdì 4 aprile 2014

fiori piove


Oggi è stata una giornata di lavoro significativa, perché era la stessa che ha deciso la scadenza della mia lunga vacanza in Sicilia ed era uno spettacolo importante a cui non avevo mai lavorato prima.

Dopo essermi svegliato con più di un'ora e mezza di anticipo rispetto all'allarme che avevo programmato, mi sono avviato verso il magazzino con la Stilo ancora trabordante palloncini colorati, post-it gialli, ritagli di carta, ovetti di cioccolato e accoglienza di amici.

Una volta arrivato, ho parcheggiato sotto un albero evidentemente affetto da Primavera e mi sono trasferito in auto con i miei colleghi per raggiungere il posto di lavoro. Solo quando siamo arrivati alla sala concerti mi è stato comunicato quale sarebbe stata la mia mansione odierna. Già sorpreso di essere stato coinvolto in questo lavoro, di certo non avrei mai immaginato di assumervi un ruolo tanto centrale e in condizioni di piena autonomia decisionale.

Ho fatto qualche stupidaggine, e in fin dei conti non ho trovato soddisfacente il mio risultato. Ma il mio superiore deve aver visto la mia faccia, e subito dopo la fine del concerto è venuto a farmi i complimenti. Il che non mi ha fatto cambiare idea sui miei errori, ma ha trasformato un che cazzo faccio, proprio nell'occasione più importante!  in un posso fare di meglio.

Rientrati al magazzino, mi appresto a recuperare la mia auto e avviarmi verso casa. Adesso piove, e la macchina è completamente cosparsa di fiori caduti dall'albero. Per la bellezza dell'accostamento cromatico dei petali con la vernice blu scura e la regolarità con cui si sono distribuiti sulla carrozzeria, la pianta sembra averle deliberatamente contagiato, passato la Primavera. Ho pensato di fare una foto, ma era tutto così bello e in condizioni così svantaggiose (pioggia, buio, incapacità fotografica), che ho preferito conservarne l'immagine in mente e farne la mia compagnia per la strada del ritorno.

Appena seduto al volante, mi sono accorto che i fiori sul parabrezza ostruivano quasi del tutto la mia visuale, e così sono stato costretto a compromettere l'integrità di quella piccola meraviglia a colpi di tergicristallo.

E pur procedendo lentamente l'aerodinamica degli eventi non ha lasciato scampo a gran parte dei fiori; sotto casa mi sono accorto che ne sono rimasti pochi e disposti senza la minima naturalezza, facendo sembrare la Stilo non più ingentilita dalla loro presenza, ma anzi bisognosa di un lavaggio.

Dubito che la laverò.
Chissà quanto a lungo resteranno attaccati.

non mi sono inventato niente.


ti sembra il caso di andare via? 
Vieni qui 
che rifacciamo il letto 
e stiamo ad ascoltare 
che fuori piove. 

lunedì 31 marzo 2014

l'uomo che era tempo


L'uomo che era tempo non ricordava le facce quasi mai. Nei luoghi che era solito frequentare erano in molti a salutarlo e chiedergli: come stai? ottenendo risposte il cui contenuto era poco sentito, al contrario del sorriso che restituiva loro. Gli piaceva che la gente si ricordasse di lui.

È sempre stato molto ambito. Circondato da persone che lo cercavano ogni giorno, mentre lui non riusciva a farsi trovare: il suo problema era il bisogno di verità. A causa di questo, sapeva amare fortissimo e concedersi del tutto. Finiva presto per essere stimato prezioso e necessario da chi non riusciva ad averlo, e ammazzato e ridotto in ritagli da chi avrebbe potuto disporne a proprio piacimento. L'uomo che era tempo non era capace di tornare indietro, perché i rimpianti lo avvelenavano. I rimpianti altrui: egli infatti non sapeva risparmiarsi neanche volendo, così le sue mancanze  acquisivano presto i contorni di necessità plasmanti, peculiarità. Per questo invecchiava molto bene, ed era sempre nuovo.

Si rendeva conto di non sapersi esprimere del tutto, così riusciva a far conoscere di sé solo alcuni volti. Solo gli artisti, solo alcuni artisti riuscivano a interpretarlo per intero; o perlomeno nell'interezza di un istante.

L'uomo che era tempo si dava in pasto a Desiderio, che di lui e di assenze si nutre. Non poteva sottrarsi, dunque lo odiava. E, come chiunque altro, era affascinato da ciò che non poteva ottenere da solo; nel suo caso, fermarsi. Per questo non smetteva di corteggiare Sogno e Morte.

Era limitato, aveva un inizio ed una fine. Era sempre libero e mai padrone di sé. I suoi grandi punti deboli erano coincidenze e opportunità, e vi cedeva immancabilmente, anche quando sapeva che si sarebbe perso.

Aveva l'aria malinconica di chi si guarda indietro e attenta di chi tende al futuro. Molte cose che aveva ritenuto importanti finiva per dimenticarle e alcuni dettagli se li teneva stretti. Dava una risposta ad ogni domanda che gli veniva posta, anche se non subito - anzi spesso quando non era più utile, ma fastidiosa.

Aveva un concetto di puntualità molto personale, un pessimo tempismo ed era meticoloso nel rispetto delle scadenze al punto da farsi paura da solo. Gli piaceva lavorare perché sapeva che, non potendo mai fermarsi, non sarebbe rimasto importante per nessuno; ma utile sì, utile riusciva ad esserlo, e non voleva rinunciarvi.
Alcuni hobby lo salvavano dal dolore quando il lavoro non c'era: si occupava della sua collezione di cicatrici e lo divertiva scrivere storie (ma finiva sempre per raccontare sé stesso).

L'uomo che era tempo rispettava la legge: dunque lasciava dei segni, rompeva e rimescolava, dava il suo contributo al disordine e alla distruzione. Ogni tanto - ma di nascosto e raramente, per non farsi scoprire – si divertiva ad aggiustare le cose.

Era un gentiluomo, e molti confondevano la sua cortesia per bontà o altruismo; e invece per nessuno al mondo aveva rinunciato a essere come a lui piaceva, e in fin dei conti pochi sono stati tanto egoisti quanto lui.

Così era quest'uomo, che forse vive ancora. Ma io sono un tecnico e non un artista, e nulla saprei raccontare del suo presente.





In the night he's a star in the Milky Way 
He's a man of the world by the light of day 
A golden smile and a proposition 
And the breath of God smells of sweet sedition






"Se l'Inferno fosse davvero in costruzione" (si sorprende a pensare),
"le notti come questa potrebbero esserne i mattoni." 

venerdì 28 marzo 2014

gradi di separazione


In seguito ad una lunga giornata in fermento o per vincer la noia dell'invecchiamento, gli alcoolici amano incontrarsi di sera al bar per consumare qualche persona insieme e farsi compagnia.

Come quei due elegantoni dall'atteggiamento spumeggiante: se ti avvicini, potrai sentire i loro frequenti brindisi a questo o quel buon proposito per l'avvenire. Potrà sembrarti sciocco da parte loro, ma non vedi come sorridono? Non far loro il prosecco alle intenzioni.

Mentre in quell'angolino, nella luce soffusa, una distilla signora - di una certa età, ma invecchiata bene - approfondisce la conoscenza di quell'elegante borghesino dalla voce calda e l'espressione arabica. Sa del suo passato amaro e di come sia privo di spirito, ma si aggrappa all'idea di fare di lui un caffè corretto.

Poco distanti da loro, al lume di candela, potrai scorgere quei due bicchierini conversare tra loro in modo sconnesso. Sono Sambuca e Assenzio, stanno facendo anicizia.

Vodka, quella bella ragazza dell'est in piedi, sta invece corteggiando il sig. DiSaronno, uomo dolce e gentile ma ancora più anziano di quanto possa tradire la sua etichetta. Lei pensa che insieme sarebbero un buon cocktail. Lui ha perso l'amaretta via.

Dall'altra parte, nella zona più illuminata - potrai riconoscerli dagli abiti firmati e i modi inconfondibili da giovani rampanti impegnati in politica - stanno i soliti quattro bianchi al bar che volevano cambiare il mondo. Hanno modi molesti ed eccessivi, mentre uno di loro sfodera il suo cavallo di battaglia, annoiando gli altri per ore con la solita storia delle Convenzioni di Ginepro.

Isolato, Mirto prende un foglio di carta e butta giù qualche sketch con la China.

Quei due che mormorano sono Capitan Morgan, vecchio contrabbandiere di canne da zucchero e cacao dalla pelle ambrata, e Sandeman, sanguigno spilungone che spaccia sogni al Porto.

Un nutrito gruppetto di bionde, rosse e scure parlottano alla rinfusa di gonfiori di stomaco, imbottigliamenti nel traffico e altre questioni spinose, di quando in quando pettinandosi le schiume

Al bancone, alcuni vecchi amici si ritrovano dopo cena e conversano con leggerezza di ogni cosa; mascherando con un sapore dolciastro le proprie amarezze, per meglio digerirle.

In disparte, alcuni Whisky aspettano e aspettano, neanche loro sanno cosa, con aria malinconica e torbata.






And all the smiles that I wear 
And all the games that I play 
And all the drinks that I mix 
And I drink until I'm sick 
And all the faces that I make 
And all the shapes that I throw 
And all the people I meet 
And all the words that I know 
Makes me sick to the heart 
Oh I feel so tired

And the way the rain comes down hard 
That's how I feel inside

giovedì 27 marzo 2014

Cerino il funambolo


Cerino ricorda bene la sua prima caduta. Gli capita di raccontarla ogni tanto: la perdita di concentrazione, il baricentro sbagliato, l'errore nel tempismo e nella misura del passo.  E ancora: l'incredulità e la sensazione di vento in faccia prima dell'impatto. Ma tra questi ricordi,  non c'è mai la paura di morire. Quello che l'ha fatto esitare prima di riuscire a tornare sulla fune era la memoria viva degli sguardi degli spettatori, la loro espressione mentre, dolorante ma intero, annunciava loro "Non è niente, è solo un graffietto". Si rese subito conto di averli delusi. Né trionfo, né tragedia: capirono tutti che non c'era più niente da vedere. "Ognuno torna al proprio ruolo con un ricordo da poco, buono al massimo per riempire un silenzio di scena", racconta in conclusione, affezionato com'è alla sua distorsione cognitiva che lo porta a percepire tutta la realtà come uno spettacolo.

Fin da bambino ha manifestato simili propensioni. Per i compagni di scuola  era il clown dall'espressione triste e la battuta pronta, per la madre - ahilei! - l'acrobata che si lanciava giù per le scale in sella al triciclo o vagava su e giù per il cortile in piedi su un cilindro che rotola (di solito vecchie bombole del gas, vuote). Si allenava per giorni interi, nel magnifico isolamento della sua infanzia, e si sentiva importante quando gli capitava di esibirsi davanti al piccolo pubblico di parenti, con le loro esternazioni miste di rimprovero per il rischio e apprezzamento per il coraggio e la destrezza.

Siccome Cerino vive nel suo mondo sospeso e non conosce altre arti né parti, non ha idea di come debba muoversi o parlare in scena quando il copione non preveda una corda, e lui a camminarci sopra.
Finché si tratta di far da comparsa, se la cava: nessuno presta attenzione al fatto che i suoi movimenti, necessari per stare in equilibrio su una corda tesa, si rivelino goffi e ridicoli al suolo. Passi lenti e misurati, concentrazione evidente, controllo esagerato e del tutto innaturale, perfino della respirazione. Ma basta tenersi un po' in ombra e nessuno si accorge, e può godersi i suoi amati spettatori nello scambio di ruoli: lui figurante nel pubblico che sorride e applaude a loro che ballano sapendo danzare, intonano sapendo cantare, interpretano sapendo recitare.

Così Cerino lasciava scorrere la sua vita equilibrata: se stesso a cinque metri da terra, e ben nascosto mentre si aggira tra gli altri. Un giorno, dopo il passo conclusivo del suo numero, mentre volgeva lo sguardo giù per ringraziare il pubblico acclamante, si accorse di una donna che chiamava il suo nome più forte degli altri, e con più partecipazione batteva le mani. La riconobbe, le sorrise: era la bella Palmira. Quante volte, da figurante, le aveva rivolto il suo applauso e il suo sorriso. Ma lei era illuminata dai proiettori di scena e lui nascosto nel buio, credeva che non sarebbe mai stato notato.

Quando scese, lei lo aspettava. Lo invitò a danzare con lei. Non riuscì a dire altro che "Sì." - e la seguì. Ballarono subito, ma nonostante la sicurezza e la gentilezza dei movimenti di Palmira, Cerino rovinò tutto con quei suoi passi inesperti e macchinosi. Nel peggiore dei modi: non per scarso interesse o impegno, ma pur facendo del suo meglio. Palmira non lo disprezzò per questo ma, continuando a sorridergli, lo accompagnò - tenendolo per mano - nel pubblico, e tornò a danzare con chi sapeva tenere il suo passo. Cerino si rese conto di non riuscire più a trarre piacere dalla sua grazia, ma solo gelosia e frustrazione.

Poi si odiò: non aveva paura di camminare sempre sul baratro, ma non riusciva a lasciarsi andare in un semplice ballo con lei. Poi la odiò: continuava a ricevere da lei sguardi e sorrisi, ma ogni volta che provava a raggiungerla, lei si allontanava. Non poteva starle accanto, ed era privato anche della possibilità di far passare inosservata la sua scarsa attitudine alla vita sulla terraferma. Solo come prima, e per di più smascherato.
Incapace, in ogni caso, di rinunciare a quegli sguardi e a quei sorrisi, non gli restò che abbandonarsi alla loro dolce crudeltà fino alla fine dello spettacolo.

Presto per Cerino ritornerà il momento di salire sulla fune, e tornare a fare la sua parte. A presentarsi con un inchino (urleranno ritmicamente il suo nome dopo il rullo di tamburi), spostare il primo piede sulla corda e il peso del corpo su quel piede (il brusio si spegnerà rapidamente), gestire un'esitazione o un improvviso soffio di vento (sarà sorretto dal fiato sospeso del pubblico), continuare passo dopo passo con fluida lentezza (sentirà qualche sommesso colpo di tosse o il lamento di un bambino), far durare gli ultimi passi affinché sembrino non finire mai (da sotto cominceranno a incoraggiare a bassa voce), fino ad arrivare all'altra estremità tra applausi e ovazioni.

E dopo la fine del numero, andranno tutti via. Nessuno avrà il fiato sospeso quando troverà il coraggio di cercarla con lo sguardo, nessuno continuerà a scandire ritmicamente il suo nome mentre scenderà un piolo dopo l'altro, nessuno lo incoraggerà a bassa voce mentre - incamminandosi goffo e ridicolo - andrà di nuovo a vederla ballare.




When we were dancing
I saw the look in your eye
Now we are strangers
Lost in a sea full of sighs

domenica 23 marzo 2014

romanza d'appendice



[Una maleducata e ignorantissima ballata umoristica con la doppia funzione di espormi al pubblico ludibrio e descrivere i momenti peggiori del mio rapporto con il cibo. E il gradito effetto collaterale di avermi fatto perdere la cognizione del tempo.]


Mangiare serve a vivere
ne gode il corpo e l'anima.
Davvero imperdonabile:
il buono è insopportabile.
L'assoluzione massima
risiede nelle viscere.

In fondo al cieco vicolo,
raccolte al capolinea,
le indigeste storie
ed errabonde scorie:
d'errori e d'ogni smania
li v'è stigial ventricolo.

Non vivono né muoiono
nel buio calamaio
di bile indelebile;
nessuna luce labile
li guida al letamaio
ma ringhiano, si mordono.

Potrebbe sopraggiungere
l'incendio e la sua furia.
Richiesto è un atto epico
con lame ed anestetico
in sala operatoria.
Oppure, puoi defungere.





Illustrazione di Molg H.



The empty bodies stand at rest
Casualties of their own flesh
Afflicted by their dispossession

sabato 15 marzo 2014

mobilis in mobili


Se dico ricorrente qualche pensiero in aula alzerà prontamente la manina per dire "sogno!".

- Bravo, gli dico, ma è tutto qui? Ieri era il compleanno del pi greco. Questo dovrebbe suggerirti qualcosa... esatto! Il compleanno è una ricorrenza. Anche il trequattordici non può che suggerirti ciclicità, o perlomeno qualcosa di tondo, tonto se non ci hai pensato. Te lo dico io: un incontro di correnti veloci genera un vortice, e lì di ricorrenze ne hai sicuramente più di quante tu possa crearne nei tuoi sogni.

- Il Maelstrom, maestro?

- Proprio così. Tu sei con la tua bella barchetta - sembra una bara - e ti godi la tua remata così, tanto per non lasciarla andare. C'è poco vento, è quasi fibonaccia. Ad un tratto ti rendi conto che sei spinto da una corrente e, che fortuna, sembra proprio fatta per te. Tiri i remi a bordo, e se fossi un pensiero più attento ti saresti reso conto subito dell'andamento circolare, e poco dopo avresti perfezionato la tua analisi, realizzando di muoverti non in cerchio ma lungo una spirale logaritmica.
Te ne accorgerai presto, e sarà comunque troppo tardi: il vento aumenta all'improvviso, e la corrente che ti spinge, e i nodi, anche i nodi aumentano. (Non è romantico come gli stessi nodi che legano la tua barca all'ormeggio indichino anche la velocità con cui solca le acque?)

- (Sì.)

- Per farla breve, stai per essere inghiottito. In grande stile, portato verso il centro con aurea periodicità. Sai che alla fine il mare ti masticherà e ti farà a brandelli. Come pensi di comportarti, a quel punto?

- Restare vivo più a lungo possibile per godermi l'esperienza fino in fondo, fino alla fine. E poi, svegliarmi da questo sogno.

- Non è un sogno. Ma forse hai ragione tu, non fa molta differenza. Ti segno 0,618 per l'impegno.

Vento - Lampare, di Matteo Raciti



Pendant que la marée monte 
Et que chacun refait ses comptes 
J'emmène au creux de mon ombre 
Des poussières de toi 
Le vent les portera 

Tout disparaîtra mais 
Le vent nous portera