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amiamoci e patiamo.

martedì 25 febbraio 2014

a che titolo?


Cara Ryanair,

avete fama di essere una compagnia tra le più ferocemente low-cost. Di quelle che se il bagaglio a mano non entra nel gabbiotto, scatta l'estorsione. Sto ancora cercando il segnale di spunta per selezionare il rincaro di 1,99 euro e avere il diritto al sorriso degli assistenti di volo.

Non vi sembra dunque fuori luogo obbligarmi a indicare, in fase di prenotazione, se il mio TITOLO sia di Dottor, Signor, Signora o Signorina?

Screanzati. Il sorriso me lo porto da casa.
Acidamente vostro,
Signorina G. L.




lunedì 24 febbraio 2014

questione di fili


Forse non è la cosa più bella da raccontare.

Ogni giorno un drappello si riunisce e organizza la fuga. Si confondono nella folla, si preparano: il primo passo è abbandonare le radici, e i fratelli che restano. Poi si danno appuntamento alla prima doccia, o alle ore di libertà condizionata sul cuscino; i più coraggiosi agiscono in pochi secondi, al primo cambio dell’elastico. Sognano di andare in giro per il mondo a raccontare quello che hanno visto dall’infanzia ad oggi, da sei anni a questa parte. Alcuni riescono, prendono il primo vento e volano via. A volte li accompagno io stesso. Altri invece si nascondono negli angoli, o tra le trame dei tessuti, e non ne ritrovo che le spoglie: sfatte in overdose da polvere, accartocciate, annegate in centrifuga.

Ne ho incontrato uno che mi ha lasciato quest’estate. Stava per prendere il vento, ma proprio all'ultimo momento ehy, tu! si sente chiamare, e decide di soffermarsi sulla ringhiera. "Tu." a lui, che era sempre stato uno tra i tanti a restare, uno tra i tanti ad andar via. Per farla breve, ha vissuto una meravigliosa relazione con un ragno. Mi ha raccontato oggi delle loro danze. Di come si sentisse onorato, dell’eleganza con cui l’animaletto lo facesse sentire al centro della propria vita. Di come sia finita, con le prime gelate, con la crudeltà e la necessità con cui le cose sono solite finire.

Adesso, imbiondito dal sole e dalla neve ma ancora saldamente aggrappato per resistere al vento, quel capello è architrave di una splendida casa abbandonata. Le permette di estendersi coraggiosamente tra le sbarre, in alcune sue parti funziona da maestoso corridoio tra una stanza e l’altra della ragnatela.

Sembra soddisfatto, dopotutto.
Trema lievemente ad ogni alito di vento.



distanti come i capi di una corda che le nostre dita pizzicano
e vibra come un organo di note silenziose ad ogni battito
.. Tic..Tac..
Oscilliamo come un pendolo.

domenica 23 febbraio 2014

cosa direi?




Always have to go back to real lives
But real lives are why we stay for another dream

venerdì 21 febbraio 2014

la strada del ritorno


“Touched by her fingers, the two surviving chocolate people copulate desperately, losing themselves in a melting frenzy of lust, spending the last of their brief borrowed lives in a spasm of raspberry cream and fear.”

Non ho mai avuto un grande senso dell'orientamento. Anzi: mi perdo continuamente, ad ogni passo e cenno. Ma c'è una strada che non perdo mai.

Non è mai la stessa strada. Anche quando riesco a ricordare l'itinerario e percorrerlo a ritroso. È sempre la stessa strada.

Non è il momento in cui finisce una lunga giornata di lavoro, nè quello in cui saluti gli amici dopo aver bevuto insieme e riso tanto senza motivo. La gioia di aver lavorato. La dolce amarezza del tempo sprecato, che avendo sprecato insieme chiamiamo "ritrovato". Non è neanche ritrovarti in casa, e sentirti a tuo agio solo dopo avere impiegato la vita a trovare motivi validi per starne fuori.

È la strada del ritorno.

Non sembra avere mai fine, non sembra durare mai abbastanza. Non si allunga né s'accorcia, se qualcuno ti aspetta; non diventa più impervia se sei stato dimenticato. Prende il suo tempo, è lunga esattamente quanto la tua pellicola di ricordi, incombenze, fantasie. Prova a srotolargliela sopra e vedrai: non un centimetro più, non uno meno.


The Earth laughs beneath my heavy feet
At the blasphemy in my old jangly walk
Steeple guide me to my heart and home
The sun is out and up and down again

mercoledì 19 febbraio 2014

to: Michele Alì, Acireale


Caro Michele,

avevo pensato di scriverti quando ho appreso della tua candidatura a sindaco di Acireale,  per dirti quanto io ne sia contento. Non l'ho fatto subito perché ho creduto che fosse inutile dirti "in bocca al lupo" senza essere lì per darti una mano. Ma dopo aver letto il tuo appello agli acesi fuori sede, non sono riuscito più a trattenermi.

Non sono bravo con gli elogi, non tento neanche di improvvisarne uno.

Voglio solo dirti che mi rode il fegato per aver lasciato passare così tanto tempo dalla nostra ultima chiacchierata; che se avessi saputo prima la tua intenzione di dare una dimensione pubblica all'impegno di cui ti fai carico da sempre, avrei rimandato il mio cambio di residenza abbastanza a lungo da poter prendere un biglietto aereo e venire a votare; che dove abito ora sto bene e amo il mio lavoro, e il mio sogno è di tornare lì non per accontentarmi, ma per stare ancora meglio.

In tutta franchezza: non so come te la caveresti come sindaco; se dovessi dar voce solo alla mia amicizia per te e non al mio affetto per la città, ti augurerei di essere premiato da un numero di voti sufficiente a rappresentare un segnale forte, ma non ad essere eletto. Ma le mie idee si sono inasprite, e non riesco a figurarmi nessuno scenario politico funzionante che non parta da una completa, niente affatto metaforica, tabula rasa. So che ci metteresti passione e fiducia, e tanto mi basta a pensare che ogni persona attiva, ogni associazione che ha cercato di far qualcosa di vero per Acireale (e che, di conseguenza, avrà goduto del tuo supporto) dovrebbe appoggiarti senza riserve e apertamente, non per una logica di gratitudine, ma per atto di responsabilità. Per dimostrare di meritare istituzioni attente alle loro esigenze.

Vorrei farmi una risata insieme a te sulla soddisfazione di chi in passato avrà malignato: fa così perché, vedrai, questo qua un giorno si candida.

Vorrei poterti dare anche il mio voto, per poter dire a me stesso ecco, ho fatto la mia parte, ho fatto tutto il possibile.

Ci vediamo presto, Michele.
Un abbraccio.

Michele Alì - Chiazzette di Acireale, Febbraio 2014

altanelando


Io confido nei cliché. 

Come ogni volta che programmo di tornare per qualche giorno in Sicilia, ancor prima della granita alla mandorla pregusto le frasi Sei venuto a rilassarti un po', eh? Chissà quante persone vorrai vedere! Prenderai di certo un paio di chili, che un numero imprecisato di incontri casuali mi rivolgerà, leggendo perfettamente i tre propositi che puntualmente tradisco. 

Qualche giorno fa è stata la volta delle parole di John Elkann, e di nuovo mi sono sentito confortato dalla manierista perfezione del quadro che ne risultava: il rampollo (che bella parola!) figlio di potenti che si offre all'indignazione nazionale con un'uscita caricaturale così appropriata all'immaginario che rappresenta. Neanche il Monicelli più in forma sarebbe riuscito a cucirgliene una migliore addosso. Grazie John, e grazie anche al tuo fratello bohémien. Siete meravigliosi.



E nella faccenda Renzi, non è successo esattamente quello che ci si aspettava dagli italiani? Cosa succede se un segretario nazionale di partito invita un uomo condannato a quattro anni di reclusione dalla Legge per discutere la nuova Legge elettorale? 
- Beh, è facile, direbbe il francesino ubriaco del post precedente, o cade il politico o cade la Legge
- La fai facile, tu. Hai anche bevuto troppo, si vede che sei abituato al Bordeaux e non al Nero D'Avola. Ma ti voglio aiutare: lo stesso segretario di partito, con una manovra di palazzo ottiene l'incarico da premier. Dunque: cosa succede adesso?
- ... [sviene, o forse si abbiocca per il vino]
Eppure la risposta è semplice: anche stavolta abbiamo rinsaldato il cliché. Siamo fortunati, la crisi non lo tocca, tutto svapora in chiacchiere da bar, o da barbiere per chi ancora può permetterselo, o da ristorante - ammesso di trovare posto. 


Non c'era niente da temere per i due uomini che hanno messo in scena l'immancabile melodramma del tentato suicidio in diretta Sanremo, perché anche loro erano saldamente aggrappati al cliché.

E il cliché è saldissimo. Possiamo fidarci del cliché, e ringraziare il cielo di essere in Italia.
E non a Kiev, dove i poveri cristi continuano a morire.


Your tainted heart, my tainted love, repent now
How many times?
As long as you live, how many times?
The world will go around

lunedì 17 febbraio 2014

contro l'insorgere del grande nulla



Il fatto è che io non sto bene, quando non ho nulla da fare. Forse è vera l'ossessione per il futuro che mi è stata attribuita, ma trovo intollerabile l'idea dei giorni passati nell'attesa che passino in fretta, che torni presto l'estate, e con essa il lavoro immersivo ed esagerato. Anche riempiendo l'attesa di letture, musica, film, serate con amici, alcool e sigarette, mi sembra di essere come in quei momenti in cui mi accorgo che qualche frequenza sta per innescare un larsen: sento che di lì a poco potrebbe insorgere il grande nulla.

Così la settimana scorsa ho passato tre giorni a Roma perché non avevo nulla da fare. Un amico cercava passeggeri per dividere le spese di viaggio e ne ho approfittato senza pensarci troppo. Sono stati giorni senza storia, ma ricchi di conversazioni. Una in particolare ha finito col rappresentare il centro del ricordo della mia permanenza capitolina: in inglese, con un fonico francese ubriaco particolarmente appassionato all'idea che gli italiani non abbiano più sogni, giunta - sul far del mattino - alla conclusione, da parte sua, che io la pensassi come lui e che di conseguenza dovrei impegnarmi a farmi portatore della Rivoluzione. Eccolo là, il francese, ho pensato, annuendo e congedandomi.

Oggi ho lavorato ad uno spettacolo intitolato Chisciottimisti: un alternarsi di monologhi di Erri De Luca e intermezzi musicali. Il tema portante è facilmente intuibile. I mulini a vento tirati in ballo sono molto numerosi: il cristianesimo attecchito in pieno Impero Romano, tra dèi, lari e penati; i 600 alberi del Gezi Park di Instanbul; le riunioni di poesia gremite durante le persecuzioni naziste in Olanda; di come visse e morì il Che, e di come Monika lo vendicò; le manifestazioni in Val di Susa e Lampedusa, i versi di Marina Cvetaeva. 

Mi spiace che nei monologhi non abbia trovato spazio Niscemi e il Muos, ma il "Chisciottimismo" dalle mie parti si chiama - si dovrebbe chiamare - Rivoluzione. Apprezzo l'accortezza di parlarne per una serata intera senza mai nominarla esplicitamente, per farsi ascoltare anche da chi tirerebbe dritto fischiettando, o almeno lasciare la confortante possibilità di un'interpretazione romantica - letteraria. E per filtrare i cretini.

La rivoluzione bisogna sussurrarla.
Ecco cosa succede a dare ascolto ai francesi ubriachi a Roma.



Ecco ancora una finestra,
dove ancora non dormono.
Forse - bevono vino,
forse - siedono così.

[...]

Prega, amico, per la casa insonne,
per la finestra con la luce.

venerdì 14 febbraio 2014

sei nella mia immaginazione se...


Ti riconosco annusandoti i capelli. Non aspetto mai. Scrivo segretamente canzoni rap e commedie. Sono disinvolto e coordinato nei movimenti. Non ho bisogno, ma solo piacere di dormire. Non esistono gli zoo. Non provo imbarazzo. Riesco a piangere. C'è la rivoluzione. Trovi diari di viaggio e colonne sonore.  C'è sempre tempo.

La solitudine è per lo spirito, 
ciò che il cibo è per il corpo.

sabato 8 febbraio 2014

un esteta


Non è sempre facile tollerla. Ma bisogna farci i conti, perché è sempre con lei che ti confronti. Lo fai pur conoscendo l'esito. Continuerai a farlo e a uscirne male.

Ogni tanto, per pochi giorni, t'abbandona. Impari presto che a niente servono le tue suppliche da innamorato, se non a tenerla lontana. Ma lei gioca al gatto col topo, e solo quando torna ti rendi conto che in quei pochi giorni avevi vissuto davvero, contato su te stesso, scoperto di non essere sempre solo.

E non credere di poter contare su quella consapevolezza. Anche se non pensi sia possibile, te ne dimenticherai presto. Non perderai il ricordo di quei giorni, ma il ricordo delle sensazioni che li hanno resi preziosi. Solo alcune tracce te ne resteranno addosso; ma a lei le offrirai in pegno, al suo ritorno.

Le sensazioni di ogni momento passato con lei, immerso in lei, invece si ripresentano nitide alla tua memoria, lucide che ti ci puoi specchiare. E trovarti inadeguato.

I don't know what more to ask for 
I was given just one wish 

venerdì 7 febbraio 2014

Avevo un blog


Mi è stato chiesto “Ma tu non hai un blog?” e, senza capire perché, la domanda mi ha suscitato imbarazzo. Io un blog ce l'avevo. Un wordpress, in un primo momento ospitato da un vecchio pc di casa adibito a server, poi su uno spazio web gratuito, successivamente diventato inaccessibile e presumibilmente perso per sempre.

Ripenso con affetto a quel blog, tirato su prima che Facebook irrompesse nella quotidianietà della mia generazione. Prima che quella del “blogger” diventasse una figura professionale, con tanto di ricerche di mercato per ritagliarsi una nicchia d'utenza e fare diventare il proprio un blog di successo.

Il mio non aveva nessuna linea editoriale. Nessuna esigenza di scrivere pezzi utili, creativi, né tantomeno virali.
Per me era uno spazio per speculare su tutto e nulla, simile a una chiacchierata-confessione con un semisconosciuto in auto, durante un lungo viaggio  o una notte in cui non si ha proprio voglia di tornare a casa.

Col tempo, però, ho sviluppato qualcosa di simile a un imbarazzo, un contegno che mi ha via via portato a censurarmi, a permettermi di scrivere solo per scopi che, ingenuamente, percepivo come concreti: esprimere supporto verso qualcosa, promuovere ciò che mi sta a cuore. E parlare di me solo per quel che riguarda gli aspetti pubblici, come l'impegno all'interno di un'associazione, o la mia professione. È il blog che stai leggendo adesso. L'ho sfogliato un po' a ritroso, e nella sua pretesa di "concretezza" mi è sembrato molto, estremamente più inutile di quello andato perduto.

Notepad finora non è stato davvero mio. Avevo un blog, per anni non l'ho più avuto, e adesso ho deciso di riprendere.




Dimmi un po' tu, amico caro, 
se non è strano il cuore dell'uomo.