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amiamoci e patiamo.

lunedì 17 febbraio 2014

contro l'insorgere del grande nulla



Il fatto è che io non sto bene, quando non ho nulla da fare. Forse è vera l'ossessione per il futuro che mi è stata attribuita, ma trovo intollerabile l'idea dei giorni passati nell'attesa che passino in fretta, che torni presto l'estate, e con essa il lavoro immersivo ed esagerato. Anche riempiendo l'attesa di letture, musica, film, serate con amici, alcool e sigarette, mi sembra di essere come in quei momenti in cui mi accorgo che qualche frequenza sta per innescare un larsen: sento che di lì a poco potrebbe insorgere il grande nulla.

Così la settimana scorsa ho passato tre giorni a Roma perché non avevo nulla da fare. Un amico cercava passeggeri per dividere le spese di viaggio e ne ho approfittato senza pensarci troppo. Sono stati giorni senza storia, ma ricchi di conversazioni. Una in particolare ha finito col rappresentare il centro del ricordo della mia permanenza capitolina: in inglese, con un fonico francese ubriaco particolarmente appassionato all'idea che gli italiani non abbiano più sogni, giunta - sul far del mattino - alla conclusione, da parte sua, che io la pensassi come lui e che di conseguenza dovrei impegnarmi a farmi portatore della Rivoluzione. Eccolo là, il francese, ho pensato, annuendo e congedandomi.

Oggi ho lavorato ad uno spettacolo intitolato Chisciottimisti: un alternarsi di monologhi di Erri De Luca e intermezzi musicali. Il tema portante è facilmente intuibile. I mulini a vento tirati in ballo sono molto numerosi: il cristianesimo attecchito in pieno Impero Romano, tra dèi, lari e penati; i 600 alberi del Gezi Park di Instanbul; le riunioni di poesia gremite durante le persecuzioni naziste in Olanda; di come visse e morì il Che, e di come Monika lo vendicò; le manifestazioni in Val di Susa e Lampedusa, i versi di Marina Cvetaeva. 

Mi spiace che nei monologhi non abbia trovato spazio Niscemi e il Muos, ma il "Chisciottimismo" dalle mie parti si chiama - si dovrebbe chiamare - Rivoluzione. Apprezzo l'accortezza di parlarne per una serata intera senza mai nominarla esplicitamente, per farsi ascoltare anche da chi tirerebbe dritto fischiettando, o almeno lasciare la confortante possibilità di un'interpretazione romantica - letteraria. E per filtrare i cretini.

La rivoluzione bisogna sussurrarla.
Ecco cosa succede a dare ascolto ai francesi ubriachi a Roma.



Ecco ancora una finestra,
dove ancora non dormono.
Forse - bevono vino,
forse - siedono così.

[...]

Prega, amico, per la casa insonne,
per la finestra con la luce.