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amiamoci e patiamo.

lunedì 29 settembre 2014

la memoria del cibo


Ho una scatola piena di scontrini, quella delle mie prime scarpe da lavoro. Li conservo tutti: alcuni rimborsabili, altri per far valere una garanzia, conti finali di una bella serata, pochi scarabocchiati da persone care, innumerevoli di caffè presi qui e là nel pezzetto di mondo che ho viaggiato. Ce ne sono anche di stinti e ormai illeggibili.

Mi capita, a volte, di sorteggiarne uno.  Esamino l'orario e il luogo d'emissione, e cerco di associare la spesa a un'immagine, un ricordo. Riesco quasi sempre.

Da queste parti la religione è molto presente nella vita quotidiana, così le manifestazioni di fede non hanno niente della teatralità a cui ero abituato. Anche le feste di paese non sono dedicate ai santi e celebrate col fuoco e col tuono, ma servono a benedire le opere e i giorni delle mani. A Santena il paese si riunisce per festeggiare l'asparago, a Carmagnola il peperone. Qui a Savigliano l'adunanza degli abitanti si tiene in occasione della festa del pane. Evito di fare panegirici.

Non di solo pane mi sono nutrito, da buon crethién. Molte ispirazioni e piccoli accadimenti inattesi mi sono stati serviti sul piatto, e ho sentito perfettamente il momento in cui ne sono stato sazio. Il momento opportuno per salutare i commensali, ringraziarli per la compagnia e tornare a casa, che ogni altro  morso, sorso, sorriso, saluto in più, sarebbe stato di troppo.

Il mio corpo mastica tutto e manda giù: usa subito la parte migliore, mette qualcosa da parte e butta via il resto. Io invece conservo anche gli scontrini. Credo sempre di avere una gran fame, ma non riesco più a mangiare come un tempo. Annuso (acquolina), assaggio, pilucco, gioco, torturo la vita con le posate; spreco instancabilmente. Fantastico su banchetti luculliani, grandi e gioiose abbuffate pur sapendo che non è rimasto che un piccolo spazietto in fondo, per il dolce.

Mi sono tornate in mente le favole di Giufà che mi raccontavano da bambino; storie truculente di coltelli, stomaci percossi a bastonate, briganti in agguato, menzogne e assassinii in cui il protagonista, ignorante ma scaltro, riusciva - quasi sempre con l'inganno o la violenza - a uscirne con la pancia piena.

Che fame.


Ho i piedi bagnati, e qualcosa non va
Non ho più fame, e mi sento un po' giù



martedì 23 settembre 2014

quasi


Il minore di quattro fratelli.

Della sua storia non conosco che frammenti. Mi mancano molte parti importanti: ad esempio, non so niente della sua vita fino ai trent'anni, se abbia viaggiato molto o cosa si prepari abitualmente da mangiare in quella casa in cui vive da una cinquantina d'anni, e che ha visto svuotarsi un po' per volta, a causa dell'abbandono della madre in seguito alla separazione, dei tre fratelli maggiori - il primogenito a causa di complicazioni cardiache, i due mezzani per metter su famiglia - e infine del padre, andato a spegnere i suoi ultimi anni come un cerino, in una struttura sanitaria, più o meno venti anni fa.

Ha un nome piccolo, adatto per un fratello minore.

In quella casa ha goduto di uno splendido paesaggio, potendo spaziare senza muovere un passo dai faraglioni di Aci Trezza all'Etna da cima a valle. Perlomeno, prima che sorgessero le serre intorno. Le sue ore notturne dovrebbero essere ancora scandite dall'intermittenza della luce proiettata dal faro di Capomulini attraverso la finestra. Il pavimento su cui da sempre misura i passi è fatto di quadrelle di terracotta scure e usurate, e sicuramente ricorda ancora il soffitto a volta affrescato a puttini com'era prima che venissero raschiati via. I mobili dovrebbero aver superato per merito di anzianità la peculiarità che da' loro il nome, ed eletti a composizione monumentale immutabile.
Non si è mai arreso alla scoperta dell'acqua calda in senso moderno, ma continua a scaldarne un pentolone per lavarsi d'inverno.

Da lui ho imparato il piacere di giocare con i numeri.

Lavorava in banca. Aveva ottenuto uno di quei posti di lavoro che molti invidierebbero, nei quali non si sa bene qual è la propria mansione ma si capisce che è meglio star dentro che fuori, che lo stipendio non è male e col tempo sarebbe aumentato.
Ha saputo abbandonare quel porto sicuro ("altri tempi", potrebbe protestare qualcuno) per inseguire una delle sue passioni e iniziare i suoi studi in Architettura. Le altre di cui mi sono giunte notizie: il disegno, la musica (principalmente jazz, con ampie concessioni alla psichedelia di Atom Heart Mother - in particolare, Alan's Psychedelic Breakfast - e ai dischi dei King Crimson - in particolare Starless And The Bible Black. Ma senza mai tradire la sua alta fedeltà per Chet Baker), la polemica, la fotografia, l'archeologia, le sigarette, i pochi ed eterni amici.

Non l'ho mai visto in dolce compagnia. Ma sentendo parlare di lui, nel corso degli anni ho sentito citare troppe volte la storia di quella donna che si gettò giù dalla scogliera per togliersi la vita. Lui non ne ha mai fatto menzione. Non so neanche quando lei sia accaduta.

Adesso fa l'insegnante, e presta molta cura alle generazioni di gatti semi-randagi con i quali, da chissà quanto, ha stretto un sodalizio.

Credo stia quasi bene.

Now your eyes are red from crying




martedì 16 settembre 2014

piccoli passi verso casa


Assaggio un caffè a cui rinuncio subito dopo essermene bagnato le labbra. Fiammetta (la moka baffuta) è ancora troppo nuova. È comunque un momento che merita di essere ricordato, il primo caffè preparato in casa. Andava sottolineato con la giusta compagnia, così ho messo via i Daft Punk e ascolto un disco di Cohen, probabilmente il peggiore. Quello in cui si rende conto di essere anziano e non conta più di pompini d’addio al Chelsea Hotel, ma canta la gloria del signore.

Del resto quel vecchio furbo ha sempre cantato le regole, sa che quando si è troppo vecchi per fare danni è buona educazione togliersi il cappello e chiedere scusa. Con quella voce, sfido dio a non perdonarlo, o il demonio a non offrirgli un bel contratto artistico a tempo indeterminato.

Avrò sempre desiderio di ascoltarla, quella voce.

So we'll go no more a-roving
So late into the night,
Though the heart be still as loving,
And the moon be still as bright.
For the sword outwears its sheath,
And the soul outwears the breast,
And the heart must pause to breathe,
And love itself have rest.

 

lunedì 15 settembre 2014

Alive 2007


Mi stupisco di come questo disco possa farmi tanto bene. La dance (con tutto il niente che comporta tale categorizzazione) non è mai stata tra i miei ascolti preferiti, e anche gli album registrati dal vivo difficilmente mi fanno impazzire. Un live di un djset, poi.
Però.

Ci sento dentro una specie di stato di grazia. C'è lentezza, velocità, peso e leggerezza. Le urla di stupida felicità del pubblico e la voce campionata che ripete crudelmente We don't move.

Sarà che il mio viaggio è iniziato nel 2007, sarà un periodo in cui ho bisogno di raschiare per me il bello dal grottesco quotidiano. Sarà che ho seri problemi di tempismo, e ora pago lo snobismo della mia adolescenza.

Che tra gli uomini era di moda inventarsi gli dèi per dare un nome alle leggi che ci governano. E quando era l'età di rendere tributo a Dioniso io trovavo disdicevoli i riti orgiastici da discoteca. Non capivo le regole, le firme sui vestiti, il gioco di cacciatori e prede, la bellezza di alterare la percezione, il sesso per gioco, ballare. Pensavo fosse brutto e inutile.

E oggi rivelo i miei trentun anni come una colpa, che da uno della mia età ci si aspetta una certa padronanza. Dovrei sapere incidere a colpo sicuro, prendere il corpo che mi piace e lasciare l'anima quasi intatta, quasi come l'ho trovata. E invece mi mettono in mano coltelli e procedo a tentoni, senza anestesia, senza mestiere. Rovino tutto, e non completo il lavoro.

Ogni cosa va fatta quando è opportuna.

Oggi quando godo di quel disco, non mi immagino mai in mezzo al pubblico, ma dietro le quinte. Faccio questo, sono questo. Non creare, né intrattenere, né lasciarmi andare; la mia occupazione è che tutto funzioni.

Work it harder make it better
Do it faster makes us stronger
More than ever hour after
Our work is never over





giovedì 11 settembre 2014

parole al vento


Sei sempre tu: cambi in continuazione, non cambi mai.

Mi hai cercato e trovato. Mi hai portato con te. (Bello. Ancora.) Mi sono spiegato a te, di conseguenza mi hai spinto lontano e lasciato correre. Un soffio lungo centinaia di leghe, che ancora mi lega e ti nega.

Anch'io scorro, lo sai. Ma il mio è un effluvio lento, ladro e traditore. Il tuo, impetuoso, impietoso. È noto a tutti cosa succede quando due correnti così si incontrano.

And I laugh as I drift in the wind
Blind Dancing on a beach of stone
Cherish the faces as they wait for the end
Sudden hush across the water
And we're here again


lunedì 8 settembre 2014

(il vizio di tornare) cenere


Ogni volta che scatta la scintilla e la fiammella incendia il tabacco, mi sto prendendo cura di me. È una terapia lunga e costosa, un investimento a lungo termine i cui risultati sono innegabili.

La voce si abbassa ogni giorno di più, in timbro e intensità. In breve tempo sarà profonda e inafferrabile come un sussurro nella notte, e da anziano avrò quella voce roca che sembrerà non più un'emissione del cavo orale ma una grave risonanza della calotta cranica, o una  misteriosa sorgente sonora posta dietro la nuca.
Anche il mio sapore, altrimenti troppo dolce, ne guadagna in carattere. 

Inoltre è un errare umano il cui perseverare dipende solo da me. E un generatore di alibi formidabile. Come sarà utile pensare a quanto sarei stato meglio se non avessi fumato tutte quelle sigarette, e a quanti desideri avrei potuto comprare se non avessi bruciato quei soldi in trinciati e cartine. O a quali distanze avrei potuto coprire mettendole in fila tutte, una dietro l'altra.

È anche una questione di responsabilità, come ricorda ogni confezione, per non far finta di niente su quanto io sia nocivo per me stesso e per chi mi sta intorno. E quanta ironia nel sentirmi connesso al cielo, rievocare antichi rituali d'olocausto e esserne al tempo stesso vittima e sacerdote. Odiare gli dei che mi divorano l'anima e sperare che il banchetto gli sia gradito.

Fili di fumo che, come il fuoco da campo nei romanzi d'avventura, mi rendono visibile da lontano, e inducono a tenermi in considerazione: raggiungermi in cerca di conforto o tenersi a prudente distanza.

Così io fumo, e ammazzo il tempo.

occorre tanto Kerosene
per dare fuoco a questo posto
e ribadire il giusto.


martedì 2 settembre 2014

756


Ciao.
Stamattina mi sono svegliato con la brutta sensazione di quando sei consapevole di avere molte cose da fare ma non te ne viene in mente neanche una. La colazione è sempre un buon punto di partenza, ma a casa non ho niente da mangiare. Qui è tutto sottosopra, non posso neanche farmi un caffè, e da solo non riesco a sistemare tutto.

Ho pensato di andare a prendere un cappuccino al bar della scuola di danza, quello accanto all'officina che ha la Stilo in riparazione. Quando entro il campanello automatico mi annuncia inutilmente, visto che la ragazza alta e carina al bancone, stranamente intimidita e frettolosa, mi ha chiesto cosa desiderassi senza neanche darmi il tempo di varcare la soglia. Solo un cappuccino, che le brioches non mi hanno ispirato. Anche quello è stato preparato in tutta fretta, e si sentiva. L'ho trangugiato senza troppo riguardo, sedendomi fuori per sollevarla dall'imbarazzo e godermi il sole e l'aria fresca del mattino. Solo andando via mi sono reso conto di essere a pochi passi da dove stai ora, e che oggi è il secondo giorno del mese; così ho deciso di percorrerli.

Il canonico vialetto alberato che conduce ai cancelli d'ingresso è molto bello. Il marciapiedi non è asfaltato né lastricato, ma in terra battuta. I tronchi degli alberi a sinistra, le pannocchie a destra e alcuni fili di ragnatela tesi tra gli uni e le altre, a testimoniare che i saviglianesi si recano in auto a visitare i loro morti. A me piace camminare.

Arrivato ai cancelli mi sono avvicinato a quello di sinistra, ma stavolta l'ho trovato chiuso e sono stato costretto ad entrare dall'ingresso principale. È impressionante come il cimitero rispecchi la città: al centro si stringono l'un l'altro i sepolcri ben rifiniti delle famiglie importanti; subito dopo ci sono le tombette a schiera, dall'aria tristemente dignitosa e tutte uguali, dei nuovi arrivati. Solo nella parte più esterna ci sono i loculi popolari, organizzati in palazzi con ascensore, e i piloni di cemento ancora segnati con le matite da carpentiere. Per una volta ho trovato subito la strada: ultimo piano, in fondo a destra, interno 756. Noto che non hai vicini ai lati né al piano di sopra, potrai fare quello che vuoi con la musica. I fiori te li hanno sbagliati, la viola del pensiero ha un carattere crudele che non ti si addice - bei colori, però. Il cordino rosso intrecciato con quattro medagliette invece è proprio da te. Hai fatto amicizia con qualcuno del quartiere? Ho visto che qui è pieno di ventenni: alcuni dall'aria timida, altri dallo sguardo fiero, e molte belle ragazze. E da quassù la vista non è neanche male; anzi, faccio una foto.

Continuo a tenere le finestre di casa mia aperte da quando mi hai consigliato di farla respirare il più possibile. Continuerò finché non farà freddo. Credo che mi piacerà stare qui. Ogni volta che ho condiviso casa con qualcuno - compresi i miei familiari, a partire da una certa età - ho sempre avuto la sensazione di nuocergli. L'esperienza non ha fatto altro che rafforzare questa convinzione, e quando risposi all'annuncio per la camera, la pensavo già come soluzione temporanea. Niente di più pericoloso che ragionare per soluzioni temporanee: per estensione e indulgenza, si finisce a vivere sbagliati. Sebbene io abbia conosciuto il valore delle regole, seguirle è una continua lotta con me stesso. Immagino che sia così per chiunque.
Faccio sempre la strada che mi hai insegnato per arrivare a casa mia, e l'ho insegnata ai miei amici. In effetti è la più veloce e facile da ricordare. Molti saviglianesi non hanno mai sentito nominare la via dove abito adesso, e conoscono poco l'intera zona.

Ho incontrato uno dei tuoi amici alla festa del Cianto Viol di Becetto. Uno dei DJ, credo. Era più o meno al suo terzo pastis pomeridiano, si divertiva e aveva la barba ornata di fiori montani bianchi. Mi ha riconosciuto e abbracciato così forte che ancora sento la sua mano impressa nella mia schiena, come un bassorilievo a sbalzo. Poi è tornato a cantare e ballare e fare le altre cose giuste. È impressionante la persistenza degli abbracci, non credi? Sei stato fortunato ad avere un amico che abbraccia così.

Scusa se non ti ho parlato prima. Del resto, lo sai. Anche l'anno scorso passavamo mesi interi senza scambiare una parola. Sempre via per lavoro, e quando rientro passo troppo tempo su Internet. Quando sono passato a prendere le mie cose, nel ritirare gli ultimi panni stesi ho rubato una delle tue magliette: quella nera col disegno azzurro, l'orso e la stella. Mi sta benissimo.


tu che avevi il terrore del vuoto
mi piacerebbe ogni tanto averti qui
per mostrarti le cose che ho di te

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