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amiamoci e patiamo.

lunedì 8 settembre 2014

(il vizio di tornare) cenere


Ogni volta che scatta la scintilla e la fiammella incendia il tabacco, mi sto prendendo cura di me. È una terapia lunga e costosa, un investimento a lungo termine i cui risultati sono innegabili.

La voce si abbassa ogni giorno di più, in timbro e intensità. In breve tempo sarà profonda e inafferrabile come un sussurro nella notte, e da anziano avrò quella voce roca che sembrerà non più un'emissione del cavo orale ma una grave risonanza della calotta cranica, o una  misteriosa sorgente sonora posta dietro la nuca.
Anche il mio sapore, altrimenti troppo dolce, ne guadagna in carattere. 

Inoltre è un errare umano il cui perseverare dipende solo da me. E un generatore di alibi formidabile. Come sarà utile pensare a quanto sarei stato meglio se non avessi fumato tutte quelle sigarette, e a quanti desideri avrei potuto comprare se non avessi bruciato quei soldi in trinciati e cartine. O a quali distanze avrei potuto coprire mettendole in fila tutte, una dietro l'altra.

È anche una questione di responsabilità, come ricorda ogni confezione, per non far finta di niente su quanto io sia nocivo per me stesso e per chi mi sta intorno. E quanta ironia nel sentirmi connesso al cielo, rievocare antichi rituali d'olocausto e esserne al tempo stesso vittima e sacerdote. Odiare gli dei che mi divorano l'anima e sperare che il banchetto gli sia gradito.

Fili di fumo che, come il fuoco da campo nei romanzi d'avventura, mi rendono visibile da lontano, e inducono a tenermi in considerazione: raggiungermi in cerca di conforto o tenersi a prudente distanza.

Così io fumo, e ammazzo il tempo.

occorre tanto Kerosene
per dare fuoco a questo posto
e ribadire il giusto.