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amiamoci e patiamo.

mercoledì 8 ottobre 2014

altalenando


Camminando per le strade di Savigliano è molto facile imbattersi in minuscoli parchetti, tanto dolci da vedere alla luce del sole quanto lugubri di notte. Ne ho visti davvero molti! Nascosti dietro i condomini, vicini ai quadrivi, di qua e di là del fiume Maira, lungo i vicoletti. Fazzoletti di prato d'una decina di metri quadri, quattro panche, una fontana, pattumiere, a volte una giostrina meccanica o uno scivolo, quasi sempre un'altalena. Quasi nessuno sembra abbandonato.

Irresistibilmente rimandano a un confronto con l'infanzia. Anche nella casa dove ho vissuto pomeriggi estivi interminabili c'è stata un'altalena. L'avevo costruita io, come la costruirebbe un bambino di sei anni: male. Avevo fissato alle estremità del piano di seduta - un pezzo d'asse un po' marcio - numerosi avvolgimenti di fil di ferro per agganciarlo alle corde, assicurate con l'unico nodo che conoscevo al ramo di un albero con le foglie e la chioma tonde, come quelli che disegnano i bambini. Questo era piantato in un'aiuola ricavata sul lato del cortile rialzato di un paio di metri sul livello della strada.

Siccome c'era la ringhiera vicina, per non battervi le ginocchia io ero costretto a dondolarmi dandole le spalle. Mi imprimevo una prima spinta aiutandomi con i piedi, poi sfruttavo piegamenti ed estensioni delle gambe per far crescere l'oscillazione fino al punto massimo, che mi vedeva per qualche istante sospeso a filo ringhiera, suscitando il terrore degli automobilisti che uscivano dalla curva e passavano di là.

Tra le sensazioni sedimentate nella memoria: il cigolìo prodotto dalla sollecitazione della corda sul fil di ferro, il crepitìo del ramo mentre mi davo lo slancio, il divertimento semplice del movimento e del vento in faccia, senza stipulare un contratto di fiducia con il ramo, la corda e le mie braccia mentre venivo proiettato all'indietro verso la strada. E poi mi piaceva scegliere il momento di stallo in avanti per saltare giù al volo.

Mi sono fatto male in decine di modi diversi, in quegli anni: lanciandomi rannicchiato dentro casse da frutta giù per rampe di scale trasformate in improbabili scivoli con assi di legno; improvvisando giochi da circensi con le bombole del gas vuote; andando per strada con skateboard o carretti fatti di assi e cuscinetti a sfera come ruote; correndo su sentieri boschivi o pietrosi con una vecchia bmx privata delle gomme; e ancora, costruendo fionde e archi e frecce, intagliando barchette nel legno, accendendo dei fuochi,  arrampicandomi su muretti e alberi, saltando giù dai terrazzamenti nell'orto, nel corso delle violente e quotidiane risse con mio fratello. Ma mai giocando con quell'altalena.

Sapevo giocare, in quello ero bravo. "Malu ragiunatu", mi diceva la nonna.

Guarda com’è pacifico il mondo.
La notte
ha imposto al cielo
un tributo stellato.